STRANA OFFICINA – Rock & Roll Prisoners

Pubblicato il 21/05/2026 da
voto
8.0
  • Band: STRANA OFFICINA
  • Durata: 00:37:00
  • Disponibile dal: 1989
  • Etichetta:
  • Metalmaster
Streaming non ancora disponibile.

La Strana Officina, per gli amici semplicemente “La Strana”, è il gruppo storicamente più importante del ‘movimento’ — se così si può definire — heavy metal italiano, a pari merito con gli oscuri e controversi Death SS. La creatura partorita dai fratelli Cappanera, attraversate prima la tragica scomparsa degli stessi, poi quella del fratello di sangue ed ex membro Marcellino Masi, e alcuni fisiologici momenti di stallo dovuti al calo di appeal che il genere ha subito negli anni 90, è tutt’oggi portata avanti in sede live dai due componenti storici Daniele Ancillotti (voce) ed Enzo Mascolo (basso), con l’importante aggiunta del figliolo di Roberto, Rolando Cappanera (batteria), e con l’ultimo arrivato Denis Chimenti alle quattro corde, in sostituzione di Dario, nipote di Fabio; ed è felicemente seguita da molti appassionati di vecchia e nuova generazione, nonostante la produzione in studio della band sia stata pressoché esigua nel corso degli anni. E oggi vogliamo parlare proprio del loro LP di debutto, di quel “Rock & Roll Prisoners” dato alle stampe nel 1989 e contenente alcuni brani già editi nell’epocale EP omonimo del 1984, a cui venne modificato il testo – passando alla lingua inglese – su spinta di manager e distribuzione (ma contro il volere primordiale dei componenti di allora).

“Rock & Roll Prisoners”, lo diciamo subito, non eguaglia neppure lontanamente né l’aura, né l’importanza, né la qualità del sopracitato EP “Strana Officina”, con il quale i toscani esordirono cinque anni prima: vero, quel lavoro conteneva solo quattro canzoni, ma sono tutte e quattro tra le migliori mai scritte in Italia relativamente a questo genere, ad oggi costantemente riproposte dal vivo, con conseguenti fenomeni di pelle d’oca su tutti i presenti (parliamo per esperienza, naturalmente), e sono il principale motivo per cui, nel 2026, è ancora speciale assistere a un live della Strana, seppur dimezzata nei propri uomini chiave.
Gli spunti proposti, a livello di sound, sono naturalmente quelli della NWOBHM: non c’erano altre vie percorribili, dato il background del quartetto. Partendo dall’opener “King Troll”, da anni ormai opener anche nella scaletta live della Strana, non ci si può che esaltare grazie all’assolo di Fabio in perfetto stile “Randy Rhoads”, alla voce sguaiata ma potente del Bud, alla sognante sezione centrale, figlia di una capacità di scrittura sicuramente sopra la media — non una novità per chi li segue dagli esordi e per chi ha assaporato le qualità di Fabio Cappanera anche nel lavoro solista dei fratelli “Non c’è più mondo” del 1991. Qua siamo lontani da qualsiasi velleità differente dall’heavy in senso stretto, e la seguente “War Games” lo testimonia, mettendo l’accento sui lati più melodici dello stesso, sempre con le tastiere suonate da Marcellino Masi (anche lui, R.I.P.) sullo sfondo, le quali, in realtà, sono usate troppo rispetto alle reali necessità nei differenti episodi del platter.

Dopo il lato melodico, i Nostri, con “Kiss Of Death”, tirano fuori nuovamente l’anima hard & heavy con una bordata niente male, che dal vivo fa a pezzi tutto e tutti; il Bud tocca acuti da brivido, Fabio e Roberto la fanno da padroni grazie a un’esecuzione impeccabile che, all’epoca, mandò in visibilio ben più di qualche manciata di defender.
Arriviamo dunque al primo capolavoro dell’album: quella “Luna Nera” che, dicevamo nell’incipit, era già stata edita da anni in versione italiana; versione che rimane impareggiabile, ma questa “Black Moon” ci va naturalmente vicino, perché le note sono quelle, le emozioni idem. Ciò che manca sono proprio le parole “splendi luna nera, voglio solo te…”, che Ancillotti urlava al cielo nell’originale, provocando lacrime e brividi in coloro che, in quel momento, raggiungevano uno stato quasi simbiotico con quanto usciva dallo stereo. Stiamo esagerando? Sì, forse; ma la sensibilità verso qualcosa o qualcuno, come cantava Umberto Tozzi, non la si può spiegare altrimenti: la si vive e stop.

Torniamo con i piedi per terra con la title-track, che altro non è che la versione inglese di “Sole, Mare, Cuore”, uno storico pezzo risalente al 1983, contenuto nei primi demo del combo: un inno alla libertà che conteneva, simpaticamente, anche un accenno di critica alla pratica dei vaccini (“se sei di banana dura, non farti la puntura, ma vai fuori all’aria pura…” ). Bud aveva sentito dire che il rock’n roll non poteva morire, e quarantatré anni dopo non possiamo che dargli pienamente ragione.
E qua parte il secondo capolavoro dell’album: la nuova versione del “Piccolo Uccello Bianco”, inno da togliere il fiato a chiunque si dica amante dell’heavy metal senza fronzoli, diretto, nella sua forma più pura. In questa versione, purtroppo, abbondano le tastiere, che rischiano di rovinare una canzone perfetta: ci chiediamo ancora oggi di chi fu questa sciagurata trovata. Dopo “Burnin’ Wings” abbiamo le ultime due cartucce, vale a dire “Falling Star”, la migliore del lotto tra le inedite, dotata di un testo toccante, e l’ennesimo rifacimento in inglese di un brano del 1983: “Vai, Vai”, che diventa per l’occasione “Don’t Cry” e che chiude, in maniera più che ottima, una grandissima uscita di heavy tricolore, una pagina di storia della quale andare sempre fieri.

TRACKLIST

  1. King Troll
  2. War Games
  3. The Kiss of Death
  4. Black Moon
  5. Rock & Roll Prisoner
  6. Burning Wings
  7. Falling Star
  8. Don't Cry
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