STUCK MOJO – Pigwalk

Pubblicato il 01/03/2017 da
voto
8.0
  • Band: STUCK MOJO
  • Durata: 00:46:22
  • Disponibile dal: 08/10/1996
  • Etichetta: Century Media Records
  • Distributore: Self

La recensione di “Pigwalk” degli Stuck Mojo, Bellissimo protagonista di questa tornata, avrebbe dovuto iniziare con un cappello introduttivo sulla visione d’insieme della situazione, a metà anni Novanta, dell’heavy metal tutto e dei suoi molteplici e svariati derivati. Ma, ci siamo detti, quante volte sono stati scritti preamboli del genere? Molte. E quindi abbiamo cambiato idea, preferendo puntare dritto al sodo: per cui prendete il primo omonimo album dei Rage Against The Machine, “Vulgar Display Of Power” dei Pantera, i primi due lavori dei Body Count, qualcosa dei primi White Zombie, miscelate il tutto, shakerate, versate in un bicchiere ed avrete un bel beverone verdognolo ed esplosivo che, a confronto, la rabbia di Hulk vacillerà almeno un pochetto. Sottovalutati da chiunque e (quasi) sempre dimenticati dai più, gli Stuck Mojo sono stati tra i prime-mover del rap-metal, assieme a RATM, Body Count, Clawfinger, Downset. e Biohazard. Sì, probabilmente ci dimentichiamo volutamente diversi combo (Faith No More, Beastie Boys, Living Colour…) che già in precedenza avevano usato metriche rap o hip-hop per infarcire i loro brani e la loro poliedrica creatività, ma in questa sede ci si riferisce a formazioni completamente dedite a rap-metal o rap-core, con poche altre influenze. Prime-mover, quindi, lo sono stati, il chitarrista e principale compositore Rich Ward, il vocalist Bonz e la sodale coppia ritmica Corey Lowery (basso)/Frank ‘Bud’ Fontseré (batteria), dopo aver esordito su Century Media nel 1995 con “Snappin’ Necks”, platter assai piacevole ma un po’ acerbo, nonostante la forza trainante dell’opener “Not Promised Tomorrow”. La gavetta pluriennale in sede live (la band di Atlanta nasce nel 1989!) ed il nome fattosi nella East Coast statunitense, così come negli Stati più meridionali, convince l’etichetta tedesca ad offrire un deal ai Nostri, confermato anche con il qui presente “Pigwalk”, molto meglio strutturato dell’esordio, più focalizzato su di uno stile aggressivo e d’assalto e, particolare da non sottovalutare, prodotto dalla strana coppia Daniel Bergstrand/Devin Townsend. Il producer svedese riempie il suono di chitarra e lo rende decisamente più freddo e sferragliante, mentre il Folle di Vancouver ci mette parecchio di suo infarcendo il disco di campionamenti, sample, stramberie varie e co-componendo il brano industrial-strumentale “Inside My Head”. La forma-canzone usata dagli Stuck Mojo è piuttosto semplice e propone limitate variazioni sul tema: strofe rap/hip-hop su di un riffing parecchie volte stoppato oppure supportate da un accattivante pattern ritmico; bridge in crescendo di tensione metallica e lirica, che va ad esplodere in chorus minimali e assolutamente di presa; parte centrale dedicata ad un assolo, uno spezzone groovy, uno special flow di Bonz, che anticipano poi lo scontato climax con la ripresa del chorus in chiusura. Il frontman di colore non è certo incisivo e pungente quanto uno Zack De La Rocha qualsiasi ed è persino meno violento e volgare dell’Ice-T meno su di giri, ma il suo comunque assennato e incazzato lirismo si accoda bene alla strafottenza stilistica del combo, fra l’altro grandissimo appassionato di wrestling – e ciò lo si vedrà bene nel seguito della carriera, con la release dell’acclamato “Rising”, campione d’incassi per Century Media fino alla pubblicazione di “Comalies” dei Lacuna Coil: chi non ricorda il video della title-track girato assieme ad alcuni campioni della WWF? Tornando a “Pigwalk”, la sua prima parte è memorabile e adrenalinica ai massimi livelli, con la title-track e “Mental Meltdown” ad ergersi possenti e groovy: se l’opening-track, carica di effetti vocali nelle strofe e con un ritornello tanto semplice quanto diretto, è contaminata dagli arrangiamenti di Townsend e il flow di Bonz resta tranquillamente in penombra, con la seconda ecco scoperte le carte del vocalist di colore, in possesso di un rapping isterico e nervoso, agitato e molto dinamico, per uno dei brani migliori dell’intera discografia del gruppo della Georgia. “(Here Comes) The Monster” segue a ruota, per un terzo episodio diretto che presenta un Rich Ward autore di un paio di riff tanto basilari e Panterosi quanto utili a trascinare la band dal vivo. In “Twisted”, altra efficace traccia, il cantato singhiozzante di Bonz si sposa perfettamente con un lavoro di chitarra più southern metal e sludge, che poi verrà meglio sviluppato in qualche brano del succitato e fortunato “Rising”. “The Sermon”, un intermezzo di media lunghezza in chiave gospel che vede la recitazione di una predica di forte critica verso alcune false ‘rockstar’ dell’epoca, anticipa le tematiche provocatorie della seguente “Despise”, canzone lievemente più pacata che vomita però ironia e disprezzo su formazioni esplose in ambito alternativo a metà anni Novanta, fra le quali vengono nominate Oasis, Green Day, Weezer, Bush, Silverchair. La successiva “Animal”, che fa il paio con “Violated”, risalta con fretta e furia le inclinazioni hardcore dei Mojo, che non si sono mai posti limiti alla velocità da imporre alle loro composizioni. Sebbene non siano mai stati impegnati politicamente come ad esempio lo sono stati i Rage Against The Machine, gli Stuck Mojo, grazie alle lyrics spesso al vetriolo di Bonz, sono stati a volte discussi in patria per qualche apparente presa di posizione: in “Only The Strong Survive” viene trattato l’annoso problema americano della vendita delle armi, ma l’approccio dei Mojo è meno schierato del previsto, anzi: a tratti risulta contraddittorio e pericolosamente interpretabile (‘Love it or leave it / If you want my gun, come and get it’). Si chiude, passato il fuggente trip-hop della già citata “Inside My Head”, con l’ottima “Down Breeding”, ancora attualissima disamina sulla capacità educativa di genitori alle prese con figli più ‘avanti e svegli’ di loro: il brano presenta un ossessivo riff rimbalzante sul quale si innesta dinamitardo il basso di Corey Lowery e di nuovo il flow ripieno d’effetti del nostro Bonz, per un pezzo finale che fa scendere il sipario più che degnamente su un platter che, se amate il genere e la commistione di stili in questione, è certamente da (ri)scoprire. Chiaramente non indispensabile per il metal tutto, ma ottima testimonianza di un tipo di sonorità che oggigiorno vivono costantemente richiamando un passato glorioso. Ci sarebbe stato mezzo voto in più per la mai riconosciuta posizione dei Mojo, in quegli anni, nella scena rap-metal prima e nu-metal poi, ma abbiamo preferito volare bassi.

TRACKLIST

  1. Pigwalk
  2. Mental Meltdown
  3. (Here Comes) The Monster
  4. Twisted
  5. The Sermon
  6. Despise
  7. Animal
  8. Only The Strong Survive
  9. Violated
  10. Inside My Head
  11. Down Breeding
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