7.0
- Band: SUBMERGED
- Durata: 00:11:56
- Disponibile dal: 07/04/2026
- Etichetta:
- New Standard Elite
Due anni possono essere un’eternità o un battito di ciglia: per i Submerged, sono evidentemente stati il tempo necessario a comprimere ulteriormente il proprio suono, renderlo più denso e al tempo stesso più mobile. “Resurfacing Nautical Ruin” arriva senza troppi preamboli e fa subito capire di che pasta è fatto: tre nuovi brani per un impatto immediato che non rinuncia però a una scrittura ragionata. È un ritorno che non cerca di reinventare coordinate già note, ma che, come il debut “Tortured at the Depths”, colpisce per sicurezza dei mezzi e per quella combinazione di competenza stilistica e freschezza espressiva che spesso fa la differenza tra un esercizio di maniera e una proposta realmente coinvolgente.
Il gruppo si inserisce chiaramente nel solco della grande tradizione brutal death metal californiana, quella che soprattutto agli inizi degli anni Duemila ha trovato una delle sue principali roccaforti nella scena gravitante attorno alla storica etichetta Unique Leader. Tuttavia, “Resurfacing Nautical Ruin” non suona esattamente come un semplice omaggio o una riproposizione stanca di formule già codificate: al contrario, i ragazzi di San Diego rielaborano il linguaggio del genere con entusiasmo palpabile, mettendo in campo composizioni solide, ben costruite e dotate di un’identità già piuttosto riconoscibile.
Uno degli aspetti più convincenti dell’EP è senza dubbio il lavoro sui riff: lungi dal limitarsi a una contrapposizione elementare tra velocità esasperata e rallentamenti monolitici, la band sviluppa una scrittura dinamica, fatta di continui raccordi tra le parti. Le sezioni intermedie, spesso impostate su groove efficaci e mai banali, fungono da snodi fondamentali all’interno dei brani, permettendo transizioni fluide e naturali verso nuove accelerazioni o cambi di atmosfera. Questo approccio dona ai pezzi una scorrevolezza quasi inaspettata, una sorta di rotondità che può pure contrastare con certo immaginario tipicamente opprimente del filone.
Il concept stesso del repertorio del gruppo, incentrato su immersioni in abissi oscuri e soffocanti, potrebbe far pensare a un’esperienza sonora claustrofobica e senza respiro. In parte è così: certe sezioni restituiscono efficacemente la sensazione di pressione e isolamento, come se l’ascoltatore fosse rinchiuso in una camera iperbarica. Eppure, i Submerged riescono appunto a evitare l’effetto di saturazione totale, inserendo aperture e variazioni che mantengono alta l’attenzione e impediscono ai brani di collassare su sé stessi.
È proprio in queste scelte un po’ meno prevedibili che emerge l’ispirazione del gruppo: dove altri si affiderebbero magari a strutture rigide e alternanze schematiche, i Submerged introducono soluzioni più articolate, dimostrando un gusto compositivo già maturo. “Resurfacing Nautical Ruin” dura poco, ma lascia quindi un’impressione decisamente positiva: abbastanza per confermare il potenziale della band e, soprattutto, per alimentare la curiosità verso sviluppi futuri che, anche questa volta, si preannunciano promettenti.
