7.0
- Band: SUBROSA
- Durata: 00:58:55
- Disponibile dal: 30/03/2011
- Etichetta:
- Profound Lore
Spotify:
Apple Music:
La Profound Lore sembra inarrestabile. La vista, e soprattuto l’udito, della scatenata etichetta di Chris Bruni si sta facendo sempre più fine e preveggente, e ogni uscita assolutamente di rilievo. In questo contesto di produttività quasi fuori controllo, e di qualità, per ora praticamente assoluta, si inseriscono anche gli ultimi arrivati – anzi arrivate – alla corte di Bruni, ovvero le Subrosa, band prevalentemente al femminile proveniente da Salt Lake City. La band non fa alcun mistero del suo amore scellerato per i Black Sabbath, e i riff corpulenti e tracimanti che inanellano uno dietro l’altro in tutto l’album sono di chiara discendenza – e venerazione – Iommi. Anche Neurosis e Jethro Tull sembrano giocare un ruolo importante nell’identità sonora di questa band (soprattutto nella distantissima, ma comune, lavorazione della materia folk), che a cicli ricorrenti si tinge prima di un nero post-psichedelico quasi apocalittico, per poi schiarirsi in sulfuree vaporizazioni blues-folk. Fatto sta che stiamo parlando senza ombra di dubbio di una band stoner-metal/doom dai lineamenti ben definiti e riconoscibili ma anche piuttosto esotici. Re-inquadrando la band nel presente, balzano subito alla mente gli Electric Wizard, di cui le Subrosa effettivamente sembrano essere la trasposizione americana con la componente femminile portata a maggioranza. Come per gli stregoni di Dorset, infatti, le Subrosa mostrano un amore spacca-cuore per la lentezza come forma di ascesi e per il feedback come catalizzatore sonico. Un mondo nero e misterioso che, mosso al rallentatore, si mostra meglio a chi assiste, e non lascia sfuggire alcun dettaglio della propria inumanità. Un esoterismo totale insomma, nel quale c’è però anche spazio per la melodia e la bellezza che, veicolata da delle donne, soprattuto tramite le voci suadenti della chitarrista Rebecca Vernon e della violinista Sarah Pendelton, arriva senza indugi ad un livello successivo di delicatezza e preziosità, sublimando. Tirare in ballo il violino, che invero è anche accompagnato dal violoncello di Kim Pack, significa giungere alla descrizione del cuore pulsante di questo “No Help For The Mighty Ones”, che è il motore dell’intero lavoro, con i due strumenti che fanno il bello e il cattivo tempo andando a infrangersi continuamente contro un colossale muro di chitarre. Come per i Grayceon trattati poco tempo fa, ci troviamo di fronte ad un altro bellissimo esempio di vintage rock pesantissimo, introspettivo ed angelico, costruito tramite la contrapposizione di strumententazioni e approcci musicali appartenenti a mondi che di solito non si parlano neanche. Qui invece avviene uno stupefacente simposio musicale, e mondi opposti collidono e si alleano in un turbine sonoro feroce e delicato di cui la figura femminile è l’insostituibile pilastro centrale. Troppo particolare per essere materia per le masse e, proprio per questo, una piccola-grande gemma.
