7.5
- Band: SUMA
- Durata: 00:56:28
- Disponibile dal: 11/10/2016
- Etichetta:
- Argonauta Records
- Distributore: Goodfellas
A primissimo impatto, questo “The Order Of Things”, con il suo mostrarsi sin dalla prima nota tanto nero e pesante, restituisce immediatamente l’immagine di un cielo scuro, minaccioso e plumbeo come e più della sua stessa copertina; e da un orizzonte così oscuro non può che deflagrare un impietoso temporale sotto forma di questa “The Sick Present”, per l’appunto, che apre al tornado color pece rappresentato dalla nuova fatica degli svedesi Suma. E’ un vortice claustrofobico di sludge e serrato post metal questo “The Order Of Things”, e brani come la citata opener o le seguenti “Bait For Maggots” o “RPA” ne rappresentano l’anima fetida e opprimente, con ritmiche spezzettate e cadenzate, mortuarie, doom nell’accezione letterale del termine, in un’orgia di accordi ottenebranti ed evocanti distruzione e orrore, senza soste e senza aperture. E come durante la più bieca delle tempeste il ritmo è sempre sostenuto e non lascia scampo all’incauto viandante che non aveva saputo affrettare il passo quando le avvisaglie, che pure c’erano state, con piccole gemme come il precedente “Ashes”, che parlava forse di qualcosa ancora cangiante e con un minimo di apertura, permettevano di mettersi al riparo: il 2016 per questi signori di Malmö, ahinoi, non vede futuro. Semmai, finita la burrasca, come il finale di “RPA” sembra suggerirci, la quiete sarà mefitica e informe, niente sole, solo risentimento: è così che “Being And Nothingness” sembra spezzare in due il disco con sonorità che apriranno ad una seconda parte quasi più dronica, dove il doom diventa più marcato ed essenziale ma anche più lascivo e soffocante. “Education Of Death” apre i suoi diciotto minuti con chitarre pesanti ma lascia presto il passo a suoni lunghi e funerei, dilatati sotto un cielo di voci e di sparute eco ritmiche, che conducono impietose ad un crescendo quasi più ‘canonico’ con il contralto perfetto e speculare, “Disorder Of Things” che rielabora quanto iniziato ormai quaranta minuti prima e mischia tutto nella propria distratta eloquenza, un mix che rimestando il disordine attorno a sé riesce a far emergere una voce unica che racconta nel più completo marasma una storia precisa. Un caos ordinato che esausto esala le ultime stille sonore nella finale “The Greater Dying”, aperta da chitarre apparentemente più tranquille, meno esigenti, più votate ad una discussione, apparentemente, ma che invece vanno a sublimare in una glorificazione di noise doom estremamente evocativo, con delle vocals finalmente comprensibili (e perciò tanto più strazianti) e reminiscenze quasi progressive death, con un finale che sembra quasi una minaccia tanto il suo incedere è marziale. Un disco assolutamente non di facile ascolto, ma da gustare facendolo vostro con diverse sessioni e dedicandosi solo ad esso per la sua durata, e che l’oppressione sia con voi.
