7.5
- Band: SUMMONING SATURN VOIDS
- Durata: 00:41:27
- Disponibile dal: 06/12/2024
- Etichetta:
- Argonauta Records
Cosa succederebbe se prendessimo un cantante black metal, lo mettessimo in una band doom/stoner, innaffiassimo il tutto con dell’LSD, per poi sparare questa miscela nello spazio, fino a raggiungere Azatoth, il dio che gorgoglia al centro dell’Universo? Probabilmente il risultato sarebbe i Summoning Saturn Voids, nuova misteriosa creatura sonora che prende forma e debutta per Argonauta Records.
Non conosciamo le identità dei musicisti coinvolti nel progetto, tutti celati da strani pseudonimi degni dei figli di Elon Musk, ma sappiamo che dietro a questo progetto di celano nomi provenienti da Aborym, Darkend, Drakkar, The Headless Ghost e Daemoniac. L’unico nome noto, invece, è quello di Fabban (Aborym), che non è un membro ufficiale della band, ma ricopre qui il ruolo di produttore e di tastierista.
Il quartetto costruisce un’interessante alchimia musicale, che prende le strutture dello stoner/doom, quello maggiormente influenzato dai Black Sabbath, e lo annerisce con la ruvidezza del metal estremo, conferita in primis dalla voce di Æ, ma anche da un suono delle chitarre particolarmente scarno e graffiante, più vicino ad un’estetica black/death che non a quella grassa e viscosa dello stoner. Ci pensano poi il sound design e le tastiere a restituire quelle atmosfere tipiche della kosmische musik, con interventi mai invadenti, ma fondamentali per la costruzione del paesaggio sonoro.
Abbiamo quindi composizioni più dirette, quasi hard rock nella struttura, come l’iniziale “Cosmic Sabbath”, a cui si affiancano momenti di buio cosmico come “Nihil Re-Genesis” o “Funerastrology”, per arrivare infine ad una chiusura acida con l’ottima “Siggy Starsmoke And The Bongsters From Mars”, una sorta di omaggio cannabinoide alla celebre opera del Duca Bianco.
L’intero progetto appare da subito ben a fuoco, con una intenzionalità ed una credibilità che rispecchia la volontà dei quattro di creare una formula personale, consapevole delle proprie radici, eppure capace di rileggerle in maniera non scontata.
Dove, invece, ci sembra che possano esserci ancora margini di miglioramento, è nella pura realizzazione, ma si tratta di piccoli dettagli, come una certa ridondanza nei momenti doom più ossessivi, oppure un sound generale che, nel suo essere (volutamente) scarno, come abbiamo detto pocanzi, finisce per togliere un po’ di quella forza monolitica e massiccia, che invece avrebbe giovato ulteriormente al risultato finale. Al di là di questo, si tratta comunque di un debutto molto promettente, che getta delle basi solide per un viaggio interstellare pieno di orrori e mondi da esplorare.
