7.0
- Band: SUNN O)))
- Durata: 01:19:41
- Disponibile dal: 03/04/2026
- Etichetta:
- Sub Pop Records
A trentasei anni di distanza da quel “Earth 2: Special Low Frequency Version” che diede di fatto il via al genere che oggi conosciamo come drone metal, la Sub Pop, storica etichetta americana di Seattle fondamentale per la nascita e l’evoluzione del grunge, pubblica il decimo lavoro dell’unica band che ha realmente raccolto il testimone delle intuizioni più estreme di Dylan Carlson e dei suoi Earth.
I Sunn O))) tornano quindi a sette anni di distanza dalla doppia uscita degli ottimi “Life Metal” e “Pyroclast”, lavori che avevano portato il suono del duo verso lidi cromaticamente più ampi — come suggerito anche dai bellissimi artwork — e su livelli decisamente più interessanti rispetto a “Kannon”, disco interlocutorio ccon il difficile compito di seguire il capolavoro “Monolith & Dimensions”.
Ora, aspettarsi una svolta nella loro musica è quantomeno irrealistico: dopotutto O’Malley e Anderson si sono sempre mossi per piccoli passi, cercando di evolvere costantemente un suono che di per sé non offre molti sbocchi. È però innegabile che il passato del duo abbia dimostrato più volte come, circondandosi dei collaboratori giusti, i risultati possano essere eccellenti. Ne sono la prova “White1”, “White2”, il nerissimo “Black One” e, naturalmente, il già citato “Monolith & Dimensions”, vero picco della loro discografia.
Questo lavoro omonimo porta invece in studio una filosofia che da tempo caratterizza le loro esibizioni dal vivo: nessun ospite, nessuna collaborazione, ma solo il nucleo originale a scrivere, suonare e arrangiare il tutto, per la prima volta nella loro carriera.
Spariscono dunque anche collaboratori storici come T.O.S. Nieuwenhuizen ai synth, e tutto passa nelle mani dei due di Seattle, che per forza di cose si vedono costretti a sostituire anche Steve Albini alla produzione in favore di Brad Wood (HuM, Tar, Sunny Day Real Estate, Liz Phair), il quale riesce nel difficile intento di non far rimpiangere lo splendido suono dei lavori precedenti.
Preceduto dal singolo “Eternity’s Pillars b/w Raise the Chalice & Reverential”, nato dalle stesse sessioni di registrazione e ispirato alle grandi foreste dello stato di Washington — nelle quali è immerso il Bear Creek Studios, luogo d’incisione dei sei brani — “Sunn O)))” si mantiene su livelli più che buoni e, sebbene in più di un’occasione il rischio del déjà-vu sia dietro l’angolo, è piacevole notare alcuni sforzi compositivi meno ortodossi che, a tratti, sfiorano persino la melodia.
La conclusiva “Glory Black” ne è l’esempio più evidente, con il suo riffing sì densissimo e asfissiante, ma caratterizzato da un’inedita attitudine melodica che lo distingue dal resto per un mood quasi ottimista, e per un vero e proprio lavoro di arrangiamento che va oltre la classica ripetizione all’unisono di pochi accordi. Stupefacente è la sezione centrale, in cui il feedback delle chitarre si allontana progressivamente fino a scomparire, lasciando spazio a synth analogici, field recordings e a un pianoforte che disegna note ed accordi eleganti e sospesi. È evidente qui l’influenza di etichette della scena sperimentale come Touch e Mego, con cui Stephen O’Malley ha collaborato in più occasioni.
Il tutto si chiude come era iniziato, con uno sconquassante muro di distorsioni e basse frequenze, ma con la melodia principale esasperata da un lavoro solista — altro elemento inedito — che rende questo brano uno dei più riusciti della loro produzione recente.
Sebbene l’utilizzo di suoni naturali e field recordings rappresenti una caratteristica nuova e ricorrente nel disco — come si percepisce nell’opener “XXANN” o in “Mindrolling” — questa intuizione non viene mai sviluppata appieno come accade in “Glory Black”, risultando talvolta solo abbozzata. Ed è un peccato, perché si tratta di una direzione che meriterebbe di essere approfondita in parallelo alla costruzione sonora delle frequenze e alla fisicità delle distorsioni, da sempre marchio di fabbrica del duo e difficilmente eguagliabile e su cui non c’è nulla da eccepire.
Se brani come “Butch’s Guns” o la già citata “Mindrolling”, pur ripercorrendo sentieri noti, mostrano strutture più articolate e ricercate, tracce come “Does Anyone Hear Like Venom?” o “Everett Moses” si configurano invece come esercizi di stile che, seppur ben realizzati, non aggiungono molto a quanto già conosciamo dei Sunn O))), sempre più concentrati sul perfezionamento della forma sonora e sulla ricerca di una fisicità acustica ideale.
Fregiato da un artwork stupendo che attinge ancora una volta all’arte moderna — in questo caso due dipinti di Mark Rothko — questo decimo capitolo firmato O’Malley e Anderson difficilmente riuscirà a riconciliare chi li ama incondizionatamente con chi li considera alla stregua di una truffa priva di reale spessore musicale.
Resta però un lavoro che, pur forte di una solida esperienza e tanto mestiere, lascia intravedere margini per evoluzioni future davvero interessanti, a patto che vengano esplorate fino in fondo.
