6.0
- Band: SUPREME PAIN
- Durata: 00:47:35
- Disponibile dal: /05/2011
- Etichetta:
- Massacre Records
- Distributore: Audioglobe
Con i suoi Sinister ormai lontani dall’essere quella touring band di una volta, non stupisce che il buon Aad Kloosterwaard abbia trovato il tempo per fronteggiare anche i Supreme Pain, altra death metal band olandese giunta con questo “Divine Incarnation” al traguardo del terzo full-length. Forte di una produzione di tutto rispetto, il lavoro ci presenta dieci tracce in bilico tra sonorità tipiche del death metal dei paesi bassi (vengono alla mente sia gli stessi Sinister che i God Dethroned più rabbiosi) e strizzate d’occhio a realtà più recenti, sia americane che europee. Anzi, per queste ultime, a dire il vero, a volte si può persino parlare di veri e propri omaggi/plagi, dato che le somiglianze risultano essere un tantino scomode. “Treasonous Disease”, ad esempio, si apre con un riff letteralmente scippato agli Hour Of Penance di “Paradogma” – il quale viene utilizzato più volte sia all’inizio che nel finale del pezzo – mentre la title track a tratti è qualcosa di più di un’allusione ai Bloodbath. Comunque piuttosto gradevole il risultato complessivo, ma, onestamente, troviamo che gente di tale esperienza (la lineup comprende anche ex Sinister e Infinited Hate) dovrebbe cercare di evitare imprudenze di questo tipo, se non altro perchè non stiamo parlando di brani rilasciati decenni fa. In ogni caso, bisogna dire che il resto della tracklist non offre altre ingenuità così evidenti: si è sempre lontani dal concepire trame dalla spiccata personalità, ma almeno i nostri tutto sommato evitano di scopiazzare apertamente. Le chitarre viaggiano libere sopra l’incedere monolitico di una batteria che non disdegna qualche corposo midtempo, mentre lo statico growling di Kloosterwaard dona al tutto ulteriore imponenza. Non c’è quasi soluzione di continuità tra una traccia e l’altra e questo è probabilmente il limite maggiore del platter, che vive di canzoni abbastanza articolate e lunghe per la media del genere, le quali però di rado presentano spunti immediatamente riconoscibili. Insomma, anche tenendo conto dei suoi episodi più riusciti, “Divine Incarnation” alla lunga risulta un po’ un macigno. Non è senz’altro un ascolto di difficile compresione, ma, naturalmente, gli album veramente dinamici e interessanti sono ben altri.
