8.0
- Band: SVARTIDAUDI
- Durata: 00:56:08
- Disponibile dal: 03/12/2012
- Etichetta:
- Terratur Possessions
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Il debut album degli Svartidauði arriva dopo una certa gavetta: attivo ufficialmente dal 2002, il gruppo ha infatti atteso ben un decennio prima di compiere il passo del full-length, impiegando i primi anni di carriera per cementare l’affiatamento e trovare un proprio stile, procedendo per piccoli passi sotto forma di un pugno di demo e di uno split con i cileni Perdition. Ora sotto contratto con la Terratur Possessions, la band islandese pubblica dunque questo “Flesh Cathedral”, primo album che conferma tutte le aspettative che nel tempo si erano create attorno a questo misterioso monicker, proiettando i quattro di Reykjavík ai vertici del movimento black metal contemporaneo.
Come era già intuibile ascoltando i primi lavori, il gruppo rifugge l’ovvio concept “naturalistico” che il suo paese di origine potrebbe suggerire. Anziché optare per un suono epico o dalle atmosfere bucoliche, incentrato sulla vastità degli spazi, la libertà selvaggia, le ombre lunghe e le luci crepuscolari della loro terra, gli Svartidauði architettano un black metal duro e frastagliato, se non addirittura destrutturato in certi tratti, il quale tende spesso a farsi condurre da un lavoro di chitarra lisergico e dissonante, non lontano dall’estro dei già affermati Deathspell Omega. Un songwriting “difficile”, quello della band, ma che, ad attenti ascolti, non manca di svelare un disegno preciso e una assoluta padronanza della materia, assieme a una versatilità che sulle prime potrebbe risultare inaspettata. Nel corso della tracklist, il tetragono assalto dei quattro ha infatti modo di aprirsi a sonorità più tetre e avvolgenti, impastandosi con arie sibilline, sfumando e caricandosi di cupe riflessioni che non nascondono ispirazioni provenienti da altri mondi musicali. Con brani dalla durata minima di dieci minuti, è impensabile che la formazione vada costantemente a mille, e infatti lo sviluppo delle trame è decisamente ondivago, con midtempo e passaggi anche assai soffusi a frapporsi fra le staffilate black metal. Addirittura, nella lunga coda di “Psychoactive Sacraments” respiriamo arie che non sfigurerebbero in un disco post metal, segno che in casa Svartidauði nulla viene escluso a prescindere nella ricerca di un suono che possa inquietare e stordire l’ascoltatore. La narrazione appare sempre molto raffinata e dosata, con progressioni capaci di mantenere un equilibrio fra elementi armonici e scatti nervosi in timbriche ieratiche. Composizioni severe e maestose, mai slabbrate o confusionarie nella loro struttura. “Flesh Cathedral”, con il suo sapore esoterico abbinato a un calibratissimo impianto percussivo, finisce sempre per dare piccole lezioni di caos controllato dal notevole effetto estetico.
Davanti a un’opera di questa caratura non si può che restare colpiti, oltre che curiosi di sapere che cos’altro possa offrirci in questo campo la lontana Islanda. Se queste sono le premesse, gli Svartidauði e i loro discepoli sapranno presto come farsi notare anche al di fuori del loro piccolo circuito locale.
