TEMPEST – Tempest

Pubblicato il 13/10/2015 da
voto
8.0
  • Band: TEMPEST
  • Durata: 00:31:00
  • Disponibile dal: 27/06/2015

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Hardcore, screamo, “post” hardcore, black metal. Sigle, generi, contenitori che vorrebbero spiegare tanto e forse, addirittura, riassumere un movimento, una porzione di tempo, un angolo di underground. Termini che, a conti fatti, non riescono a sintetizzare quello che da sempre contraddistingue lo stile dei Tempest. Non può essere un unico genere a definire l’architettura di un suono, di un’attitudine, di una scelta partigiana che non ha mai cercato compromessi con niente e nessuno. I canadesi sono semplicemente un gruppo che va per la propria strada e che non ha mai cercato correlazioni nè tantomeno riflettori. Una realtà che va ben oltre le questioni di genere e di generi, che si pone da sempre ad un crocevia tra tutti i suoni citati in apertura e che nel corso degli anni è praticamente diventata post-qualsiasi cosa. Sono trascorsi cinque anni dal fenomenale “Passages”: nel mezzo solo l’ottimo ma brevissimo EP “Solace”. Fa quindi enormemente piacere venire subito presi a schiaffi dopo il breve intro, alla vecchia maniera. “A Grand Design”, “Shroud”, “Sunless Year”, in perfetto ordine di apparizione, regalano bordate elettriche, un’energia devastante, ma soprattutto una perfetta alchimia di suoni e intenzioni. Le urla sono al limite del livello di stordimento, mentre le chitarre avvelenate nei riverberi più atroci prima e avvolte nelle melodie più tristi poi. Si ripresentano così, i Tempest, annullando in pochi minuti e tre nervosi movimenti gli anni di silenzio discografico. C’è poi quel marchio di fabbrica inimitabile, quel copyright che ha reso riconoscibile il loro stile in un panorama underground ormai sovraffollato e brulicante di formazioni inutili o sempre troppo acerbe: la disperazione. E non quella disperazione confezionata a tavolino e decantata in tanti lavori di moderno “post” metal, “blackgaze” o altre amenità, ma quella disperazione sentita, vivida, spesso al limite del caos, che si riesce quasi a respirare. La formula asciutta e diretta, piena di spigoli così come di elegie, su cui si basava “Passages” è qui riproposta in una veste lievemente meno nevrotica, ma le sensazioni che essa sa regalare sono le stesse di sempre. La durata media dei pezzi si è allungata, ma la carica e la passione del gruppo risultano tutto fuorchè annacquate. Oggi più che mai vengono alla mente i compianti Buried Inside: probabilmente senza neppure volerlo, i Tempest hanno ereditato lo scettro dai loro connazionali e ora si ritrovano a far sognare tutti coloro che hanno consumato album come “Chronoclast” o “Spoils Of Failure”. Ci sono band che folgorano con un primo album strepitoso e poi spariscono; poi ci sono quelle che rimangono lì… granitiche, immutabili, autorevoli. Band come i Tempest, che mantengono sempre intatta la loro natura e che al tempo stesso riescono ad ogni appuntamento ad esplorare ulteriormente la loro maturità artistica, la quale consente loro di fare qualsiasi cosa alla perfezione.

TRACKLIST

  1. Intro
  2. A Grand Design
  3. Shroud
  4. Sunless Year
  5. Atonement
  6. Wounding Pattern
  7. Deprivation
  8. The Night Remains
21 commenti
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