7.0
- Band: TEMPLAR
- Durata: 00:40:53
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Jawbreaker Records
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Suoni rètro a metà tra il sinistro e l’epico, storie incalzanti di battaglie e duelli medioevali, un artwork che parla in maniera più limpida di mille recensioni e un culto smodato per la musica pesante che, dall’Inghilterra nei roboanti anni ’80, si diffuse attraverso i quattro punti cardinali: gli ingredienti per il debutto sulla lunga distanza dei Templar sono serviti, a disposizione di chiunque voglia rifarsi le orecchie con un prodotto sì nuovo ma allo stesso tempo grondante di riferimenti vintage, con conseguenti onori ed oneri allegati.
Svedesi, fondati nel 2022 dal giovanissimo chitarrista Gustav Harrysson (aveva diciotto anni), una cartolina maideniana già a partire dal look promozionale: capelli lisci con frangetta, chiodo nero corredato da una moltitudine di spille, t-shirt a righe bianche e blu e la cintura borchiata d’ordinanza. Detto questo, i Nostri si sono già messi in mostra in tempi recenti con l’EP “Treacherous Beast” di sole tre canzoni, del 2024, per poi anticipare con due singoli l’uscita di questo “Conquering Swords”, un titolo che è un programma già abbastanza esplicativo di ciò con cui avremo a che fare.
Partire dalle due canzoni già pubblicate è d’obbligo nei casi, come questo, in cui le scelte della casa discografica (Jawbreaker Records) o di chi per essa, si rivelano decisamente azzeccate; la title-track, posta in chiusura del platter, è forse la punta di diamante del prodotto di coloro che si professano come gli eredi degli Heavy Load, e in genere delle band facenti parte della scena ottantiana svedese, con un’intro dal vago sapore Maiden epoca “Seventh Son…”, scritto su misura per il quattro corde di Isak Neffling, che va a sfociare nell’esplosione heavy delle due chitarre e della voce imponente dello stesso Isak, somigliante al nostro decano Bud Ancillotti di quarant’anni fa.
“Trident”, dal canto suo, riprende pedissequamente lo stesso riff portante di “Motorbreath” dei Metallica, rallentandolo e aggiungendogli una linea melodica leggermente diversa, così da ottenere ugualmente un risultato degno di nota. Fieramente anacronistici, non evoluti, i Templar ci buttano addosso l’essenza del metal ‘terra-terra’, quello per il quale non occorre essere dei fenomeni per saperlo suonare, ma al contrario necessita di tantissimo cuore e di dedizione come se piovesse. Nulla di nuovo, nulla che lascerà il segno nella storia, anzi: le canzoni a dirla tutta tendono anche ad assomigliarsi in alcuni passaggi e nello stile di canto, che non offre alcuna versatilità, eppure sfidiamo chiunque a definire “Conquering Swords” un brutto album.
Anche la doppietta iniziale “Witchking”-“Excalibur” è notevole e, nonostante in maniera analoga a quanto visto, pure qui le citazioni si sprechino, la genuinità di ciò che ne esce non può essere messa in discussione.
Prodotto da Staffan Tengnèr, mastermind della band a loro conterranea Century, il debut dei Templar ha tutti i limiti di cui si è detto, ma allo stesso tempo costituisce un primo tassello di una ipotetica – ce lo auguriamo – corposa carriera in cui vi sarà tempo e modo per lavorare su personalità e scrittura dei singoli brani, senza dover arretrare di un millimetro nella missione dichiarata di mantenere viva la fiamma di un sottogenere che moltissimi davano per morto già agli albori degli anni Novanta.
Da par nostra, continueremo a ringraziare anche solo per l’esistenza di gruppi simili, che riescono anche nel modernissimo 2026 ad emozionarci e riportarci, con il loro preistorico sound, indietro nel tempo dove tutto nacque.
