7.5
- Band: TEMPLE OF VOID
- Durata: 00:40:11
- Disponibile dal: 03/06/2022
- Etichetta:
- Relapse Records
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Il ritorno dei moderni alfieri del death-doom metal statunitense dopo l’ultima, brillante prova discografica di “The World That Was”, avviene all’insegna di un suono sempre più rotondo e dai dettagli più che mai rifiniti. Trovando affidabile sostegno artistico nel noto produttore Arthur Rizk (Power Trip, Kreator, Xibalba), i Temple Of Void ci regalano un’altra opera in cui riff sferzanti e atmosfere plumbee la fanno da padrone, mettendo al tempo stesso sul piatto una manciata di esperimenti e novità che, come ormai da tradizione per la band, finiscono per rendere il disco leggermente diverso dal capitolo precedente. Qui, l’ornamento gotico e melodico risulta infatti ancora più accentuato rispetto ad altri lavori, benché sia stato sempre presente alla base della proposta del gruppo. Su “Summoning the Slayer”, tuttavia, i Temple Of Void cercano più spesso di dare sfogo alla loro vena atmosferica, mostrando con maggiore insistenza le loro influenze Paradise Lost – e persino Type O Negative, in certi arpeggi – e rinnovando le potenzialità di uno stile espressivo e suggestivo, dalla molteplice varietà di toni e dal quale, ormai con regolarità, sgorga fluida una melodia ancestrale e senza tempo di grande forza evocativa. Con episodi come “Deathtouch” ed “Engulfed” ci si immerge più che mai nell’atmosfera da algido landscape sonoro, pregno di fioca armonia strumentale, con pennellate di “Icon” e “Draconian Times” a ingentilire la torva base death-doom di partenza. “Engulfed”, in particolare, è una vera e propria pastiche di reminescenze esistenziali che si stempera in sussurri e ritmiche ripetitive per ritrovare ariosità nel malinconico finale, a dispetto del dispotico growling di Mike Erdody. Al contrario, “Hex, Curse & Conjuration” spiazza per la sua essenzialità death metal, invero sin troppo marcata: una pillola di death metal che avrebbe forse trovato maggiore successo su un disco più aggressivo come “Lords of Death”. In questo contesto generalmente elegante ed avvolgente, i quattro minuti scarsi del brano finiscono per apparire un filo incongruenti o comunque per non aggiungere granché al discorso. Simile impressione, anche se il mood è totalmente diverso, emerge davanti a “Dissolution”, traccia-appendice conclusiva con cui la band si tuffa in un cantautorato dai contorni folk che non ha davvero punti di contatto con quanto offerto sin lì. Forse, nelle intenzioni del quintetto, questo breve episodio avrebbe dovuto suonare come una “Day” in “Brave Murder Day”, ma, pur apprezzando la versatilità dei Nostri, ci sembra che l’esperimento sia un tantino pretenzioso all’interno di questa tracklist.
Al netto di questi due passaggi un po’ ambigui, “Summoning the Slayer” riesce comunque a mettere in nostra tutte le ormai note qualità dei Temple Of Void, partendo da una produzione di livello per arrivare a una composizione e a un’intensità interpretativa che in più occasioni toccano alte vette. Chi ha amato i capitoli precedenti troverà anche qui diverso materiale degno di numerosi ascolti.
