7.5
- Band: TEMPLE OF VOID
- Durata: 00:41:51
- Disponibile dal: 06/03/2026
- Etichetta:
- Relapse Records
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Con una line-up ridotta e ufficialmente assestata a quartetto, i Temple Of Void inaugurano una nuova fase del proprio percorso con “The Crawl”, quinto tassello di una discografia che negli anni ha progressivamente allargato i propri confini. La novità più evidente riguarda il cantante Mike Erdody, ora impegnato non soltanto dietro al microfono ma anche alla chitarra ritmica: una scelta che sembra aver inciso sull’economia dei brani, rendendoli più compatti, pur senza sacrificare quella solennità plumbea che da sempre contraddistingue il gruppo di Detroit.
È ormai palese che da qualche tempo i Temple Of Void stiano limando i confini del proprio death-doom, e “The Crawl” conferma ancora una volta che le formule più ortodosse abbiano iniziato a stargli strette. Se il precedente “Summoning the Slayer” aveva particolarmente osato in vari tratti, a partire dalla parentesi acustica di “Dissolution”, un momento quasi spiazzante nella sua nudità, qui l’esplorazione è meno plateale ma più capillare. Non ci sono strappi netti, nessun episodio che rompa davvero il fronte metal: piuttosto, una lenta infiltrazione di colori nuovi, che si insinuano tra le crepe dei riff e ampliano lo spettro emotivo. Arpeggi, tastiere che affiorano come foschia all’orizzonte, chitarre pulite che si tingono di leggere sfumature wave e post-punk: tutto è distribuito con un certo equilibrio lungo la tracklist. Quando le distorsioni si diradano, si aprono scorci più ariosi, quasi crepuscolari, ma l’ossatura resta saldamente ancorata a un incedere solenne, spesso monumentale. Il passo è grave, cadenzato, eppure non statico: c’è una vibrazione sotterranea che attraversa i brani, un senso di movimento che evita un impantanamento.
La scaletta risulta così più uniforme rispetto al passato recente, meno incline a deviazioni improvvise, ma attraversata da un chiaro desiderio di emancipazione. Si percepisce che la band stia procedendo per tentativi, smontando e rimontando la propria identità per sfuggire a certi paragoni forse diventati opprimenti. E se “The World That Was” rimane ancora il vertice per capacità di fondere influenze e ispirazione in un’unica, potente visione, “The Crawl”, almeno per buona parte, non si limita a vivere di rendita. Una discreta fetta del merito va alla produzione di Kurt Ballou dei Converge, che scolpisce il suono con mano ferma: le chitarre graffiano con una grana spessa e ruvida, mentre la batteria pulsa con profondità tellurica. È una resa sonora vigorosa, tridimensionale, che amplifica il senso di peso senza sacrificare la chiarezza. A completare il quadro, l’artwork di Travis Smith aggiunge un ulteriore strato di suggestione, incorniciando l’opera con un immaginario visivo denso e magnetico. Tra i sette brani, “Thy Mountain Eternal” e “The Twin Stranger” emergono come autentici snodi emotivi: riff che si piantano nella memoria, aperture melodiche che non addolciscono ma nobilitano l’impatto, un equilibrio tra maestosità doom e concretezza death che richiama Candlemass e Bolt Thrower, con l’ombra malinconica degli Amorphis di “Elegy” a fare da contrappunto.
Non tutto brilla allo stesso modo: alcuni passaggi, pur solidi, restano più sfumati, meno incisivi anche dopo ripetuti ascolti. Nel suo insieme, però, “The Crawl” è un disco vivo, pulsante, attraversato da una volontà di trasformazione che merita rispetto. I Temple Of Void non si accontentano di replicare certi canoni del death-doom classico – quanto fatto dalle vecchie glorie Peaceville o, più di recente, da formazioni come gli Hooded Menace a inizio carriera – preferendo contaminarli, stratificarli, farli respirare. È un cammino ancora in divenire, ma proprio per questo stimolante. E in questo equilibrio tra fedeltà e inquietudine creativa, la band continua a presidiare con autorevolezza i vertici del proprio territorio sonoro.
