TESTAMENT – Practice What You Preach

Pubblicato il 01/05/2026 da
voto
8.5
  • Band: TESTAMENT
  • Durata: 00:46:15
  • Disponibile dal: 08/08/1989
  • Etichetta:
  • Megaforce Records

Reduci da una doppietta micidiale composta da “The Legacy” e “The New Order”, alla volta del 1989, i Testament ritornano sul mercato con il fatidico terzo album: quello della conferma. Il thrash metal è molto cambiato da quel 1983 che vide il debutto di Metallica e Slayer; in soli sei anni il suono di quello che resta il genere più punk-friendly di tutto il metal ha subito delle variazioni notevoli, considerando anche il relativamente poco tempo trascorso. I Testament mostrarono i denti coi due ottimi dischi precedenti, recuperando — in termini di velocità, violenza e classe — il tempo che avevano ‘perso’ pubblicando il debutto solo nel 1987, quando il mondo del thrash metal aveva già iniziato a ruotare su sé stesso. Al terzo disco in soli tre anni, anche loro sembrano aver recuperato il passo e rivisto il proprio suono.

Sicuramente i fan della prima ora, all’epoca, potrebbero aver alzato un sopracciglio ascoltando “Practice What You Preach”, soprattutto all’ombra dei due lavori pubblicati in precedenza: i tempi qui rallentano, il groove aumenta, le canzoni acquistano sempre una forma strofa-ritornello-assolo piuttosto canonica (non sempre) e, per Satana, c’è persino una ballata! Che i Testament siano ammattiti?
Niente affatto: “Practice What You Preach” cammina su solchi sicuramente diversi rispetto al passato, ma non ha abbassato l’asticella della tensione, anzi. Il disco è meno furioso, sicuramente, ma racchiude in sé una consapevolezza e una maturità notevole, acquisita in così poco tempo da sorprendere per l’ottima riuscita. Le canzoni sono meno veloci, vero, ma scritte egregiamente; i passaggi sono gustosi e per niente ‘leccati’, l’aggressività non manca e non sono spariti nemmeno (del tutto) i tupa-tupa. Forse viene meno un po’ di quella classe misteriosa che permeava brani come “Eerie Inhabitants”, “Alone In The Dark” o “Musical Death (A Dirge)”, così come le sferzate di “Over The Wall”, “Into The Pit” o “Disciples Of The Watch”; ma, sebbene vagamente più assimilabili, i brani di “Practice What You Preach” sono di assoluta qualità.

La title-track apre il disco senza intro né giri di parole, con un brano sostenuto ed entusiasmante e un ritornello che nei live verrà cantato a voce alta. Al suo interno può vantare un assolo, forse non intricato o troppo ricercato ma quanto meno ipnotico, da parte di Alex Skolnick, con una base ritmica dritta e potente che prosegue sulla stessa strada con “Perilous Nation”: aperta da un basso quasi punkeggiante e una ritmica affilata di Eric Peterson — che si dimostra ancora una volta un maestro del riff — e che, nel continuo rincorrersi con la maestria di Skolnick, riuscirà a creare delle partiture di chitarra davvero convincenti e immediatamente riconoscibili. “Envy Life” mostra un growl d’apertura che, quando ascoltammo per la prima volta, ci esaltò non poco; rappresentava una certa novità, visto che il cantato di Chuck Billy qui non è ancora volto all’utilizzo quasi esclusivo del growl, ma va a ricercare anche una certa melodia. Il brano è pieno di riff e soluzioni di chitarra che sorreggono una struttura dritta e non troppo varia per quanto riguarda la ritmica (fa capolino qualche doppia cassa), ma funziona egregiamente nella sua semplicità, pur con le sue influenze più heavy che thrash. “Time Is Coming” ha invece una costruzione più robusta e, sebbene non si corra all’impazzata, ha una maggiore dinamicità e tensione, con un Billy sugli scudi e una bella prova della sezione ritmica composta da Louie Clemente e Greg Christian.

“Blessed In Contempt” è forse il brano più in linea coi due dischi precedenti: riffing indiavolato, stop and go, tupa tupa, seppure ben inseriti nel contesto attuale. Le strofe giocano su accelerazioni e rallentamenti, con un ritornello epico che porta ad un passaggio strumentale eccellente — dove ancora il dialogo tra le chitarre è fondamentale — e ad un crescendo in intensità notevole, dove l’apporto di ogni strumento sembra aggiungere qualcosa al discorso. Canzone davvero notevole, così come la seguente “Greenhouse Effect”, con una strofa rallentata che evidenzia il groove della proposta dei Testament 1989; il suo incedere amplifica un riffing ‘grosso’ e ruvido che, assieme al suono di basso, rende il brano pesante e violento. Anche qui sono da segnalare le scorribande solistiche di Skolnick, che sembra navigare con grazia sopra a un maremoto pieno di scossoni, e un ritornello corale esaltante. Simile come costruzione è anche “Sins Of Omission”, giocata su un’alternanza lento-veloce ben sostenuta da Chuck Billy, che letteralmente si porta addosso il brano quando canta (il testo peraltro affronta il tema del suicidio) e che presenta un intermezzo groovy con un ottimo assolo e un tiro incredibile.

Segue la ballata, intitolata semplicemente “The Ballad”, che non stona affatto all’interno del disco e che ci sembra piuttosto in linea con il trend di altre band thrash del periodo (Metallica in primis). “The Ballad”, anzi, non è solamente un brano che ‘non stona’, ma una canzone di grande qualità, con delle ottime chitarre, ancora una volta, e una voce che si trova assolutamente a suo agio nella melodia; il tutto sfocia in un’accelerazione nella seconda parte del brano che sublima, in un pugno di minuti, in puro thrash metal e un assolo di grande efficacia. Il disco va verso la sua fine e lo fa alla sua maniera, con due brani che a prima vista potrebbero sembrare un po’ dei filler, ma che hanno una loro ragion d’esistere. Da un lato l’attitudine punk di “Nightmare (Coming Back To You)”, dritta e veloce, sintetica quanto basta e che sembra chiudere il discorso con un pugno secco in faccia all’ascoltatore. Sicuramente una composizione diversa dalle altre ascoltate sinora; cosa che si può dire anche della finale “Confusion Fusion”, una strumentale di tre minuti che mostra un certo eclettismo, con i vari strumenti che si rincorrono passaggio dopo passaggio. Con un’apertura di basso e batteria inseguita da riff che a loro volta si intersecano e ricominciano, le chitarre sono ovviamente sugli scudi tra continue ripartenze e soluzioni creative che chiudono il disco in maniera diversa ma gustosa, quasi divertita, e che ci permettono di mantenere la voglia di riascoltare ancora una volta, dall’inizio, “Practice What You Preach”.

Secondo chi scrive, con questo disco si conclude l’epoca perfetta dei ‘primi’ Testament che, dal successivo “Souls Of Black”, subiranno una battuta d’arresto in termini di qualità, mostrando una facciata meno ruvida e sicuramente più alla ricerca di assimilarsi alle sonorità che andranno per la maggiore nel periodo, per poi risorgere nel carro armato di potenza che sono diventati da “The Gathering” in poi. Ognuno potrà avere i suoi gusti, ma la versione dei primi tre dischi è sicuramente quella preferita da chi scrive: una band ancora giovane, in alcuni punti anche un po’ acerba, ma capace di lasciare un segno di forza, maestria e melodia difficilmente replicabili. Forse questo “Practice What You Preach” è da vedersi come disco di passaggio o come chiusura di un periodo, ma sicuramente è un album che un thrasher che si rispetti non può non avere nella propria collezione. Discone.

TRACKLIST

  1. Practice What You Preach +
  2. Perilous Nation
  3. Envy Life
  4. Time Is Coming
  5. Blessed in Contempt
  6. Greenhouse Effect
  7. Sins of Omission
  8. The Ballad
  9. Nightmare (Coming Back to You)
  10. Confusion Fusion
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