7.0
- Band: TEXTURES
- Durata: 00:45:43
- Disponibile dal: 23/01/2026
- Etichetta:
- Kscope Music
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Eravamo rimasti in sospeso con i Textures, quella strana creatura che a inizio millennio si fece strada nelle scene olandesi risultando, per la stampa locale di settore, come la più importante formazione in grado di tirare fuori un debutto incredibile, quale fu in effetti quel “Polaris” nel lontano 2004.
Non solo progressive, non solo thrash e non solo death: un mix di generi che faceva l’occhiolino ai Meshuggah, inserendo riff contorti e aprendosi poi in momenti ariosi con arpeggi e intermezzi di tastiere ristoratori.
Da allora a oggi si sono succeduti altri quattro dischi: prima “Drawing Circles” e “Silhouttes”, dove aumentarono i passaggi melodici e l’ispirazione passò alla produzione di Devin Townsend con un’apertura allo space rock e all’ambient; poi, con il cambio di cantante e tastierista e l’ingresso alla Nuclear Blast, arrivarono “Dualism” e soprattutto il progetto del doppio album, “Phenotype” e “Genotype”. Il primo fu presentato nel 2015 e fu un ritorno alle sonorità dei Meshuggah, con molti passaggi diretti stile metalcore e mescolati con passaggi djent alla maniera dei Periphery e TesseracT, il secondo non vide mai le stampe perché, di colpo, dopo il tour di promozione del suddetto album, i Textures si sciolsero per non meglio specificati problemi personali, almeno stando al comunicato dell’epoca.
Grande fu il dispiacere della sempre più crescente base sostenitrice del sestetto olandese, che attendevano quello che sarebbe stato il disco di completamento del progetto, già annunciato come un’ambiziosa unica traccia da quarantacinque minuti.
Facciamo ora un salto dal 2017/2018 ai giorni nostri: comunicato stampa, i Textures ritornano sulle scene proprio con quel “Genotype”. Ma siamo proprio sicuri che sia ‘quel’ disco? E che siano proprio il gruppo che ricordavamo? Leggendo i comunicati stampa risulta come a interpretare questo nuovo disco ci sia la stessa formazione: nessun cambio, quindi, sono gli stessi musicisti che ci avevano lasciato in sospeso dopo “Phenotype”.
Non resta che ascoltare tutte le otto tracce che lo compongono, dando quindi già una prima risposta a una delle domande: la durata combacia (poco più di quarantacinque minuti) ma niente unico pezzo. Creando uno stacco netto dal precedente “Phenotype”, come già l’introduttiva “Void” mette subito in chiaro con una partenza sospesa e poi un muro di suono, il sesto lavoro approfondisce temi inerenti all’emarginazione delle fasce più basse della società, i reietti, e la loro forza non solo nel sopravvivere ma nel vivere autenticamente ogni momento.
Per quanto riguarda la parte tecnica e stilistica, si passa dal loro continuo cambio di cantato da parte di Daniel de Jongh, che varia dal growl al pulito, mentre le melodie sono privilegiate rispetto agli stoppati e ai passaggi arzigogolati, con un buon dialogo tra le chitarre di Joe Tal e Bart Hennephof e l’importante ruolo della tastiera di Uri Dijk (qui padrone di tutta la parte elettronica, come all’inizio di “Measuring The Heavens” con un’impronta molto simile ai Linkin Park). La parte ritmica, che nel DNA dei Textures è sempre stata una costante fondamentale, è presieduta da Stef Broks dietro alle pelli e da Remko Tielemans al basso e anche in questo “Genotype” risultano fulcro di molti cambi sincopati, come nei singoli “Closer To The Unknown” e “Vanishing Twin”.
Sulla carta quindi sembra un buon ritorno, ma ci sono alcuni angoli grigi: lasciando da parte il fatto che non sia quello che avevano indicato otto anni fa (ma giustamente si può cambiare idea), queste tracce non sono propriamente quel che i Textures avevano abituato i propri ascoltatori: molto più semplici le linee melodiche, più basiche le parti cantate, minor spazio a passaggi ipertecnici e produzione di singoli o brani dal facile appeal, come “At The Edge Of Winter” con il duetto con Charlotte Wessels (ex Delain) e il cadenzato e atmosferico “A Seat For The Like-Minded”.
Se valutiamo questo “Genotype” da profani e senza considerare la storia dei Textures, non possiamo che essere contenti dopo il suo ascolto; ma, e questo porterà ovviamente a vedere il bicchiere mezzo vuoto, da conoscitori del potenziale e della creatività di questo sestetto, si poteva certamente pretendere più azzardo e inventiva.
Chissà che l’ingresso nell’etichetta Kscope, casa dei The Pineapple Thief, Tangerine Dream, Gong e dei già citati TesseracT, non porti a nuova linfa in fase di scrittura.
