7.5
- Band: THAETAS
- Durata: 00:30:49
- Disponibile dal: 26/06/2026
- Etichetta:
- Profound Lore
Per i Thætas, giunti con “The Irredeemable Age” all’appuntamento del secondo full-length dopo un esordio pubblicato da Maggot Stomp nel 2020, New York City è molto più che un semplice luogo di residenza: è un ecosistema vivo, pulsante, inscindibile dal proprio modo di essere e filtrare la realtà, la cui rete di processi biochimici segue la forma di un gigantesco dedalo di palazzi, strade e tunnel della metropolitana.
Una dimensione urbana che è anche esistenziale, da immortalare sotto forma di un death metal complesso quanto la sua architettura e cinetico alla stregua del moto dei corpi che la abitano, fra rimandi evidenti alla scuola della Grande Mela e aperture verso l’operato di entità aliene come Wormed e Defeated Sanity.
Un’uscita quasi sui generis per la Profound Lore, dal momento che – con i suoi affondi gutturali e oltranzisti – sarebbe potuta uscire benissimo dal roster di una Comatose Music, ma che a conti fatti non si può dire stoni con i canoni estetici dell’etichetta canadese, da sempre affezionata a proposte dal taglio caliginoso, severo e tutt’altro che di facile assimilazione. Anzi, siamo certi che l’endorsement di Chris Bruni, noto per tradursi spontaneamente in hype e chiacchiericcio a livello underground, garantirà al quartetto una visibilità maggiore di quella che avrebbe ottenuto in altri canali, e la cosa è un bene.
Frutto di un evidente lavoro di cesello delle strutture e di calibrazione dei pesi interni, “The Irredeemable…” è infatti una di quelle opere che, sulle prime intrecciate in una matassa inestricabile, con il passare degli ascolti svelano una scrittura dove tecnica convulsa e densità asfissiante non sono caratteristiche fini a se stesse, bensì elementi sintattici di un linguaggio preciso e che i Nostri dimostrano di padroneggiare in modo esemplare, coniugando l’approccio feroce, nevrastenico e percussivo di una band come i Malignancy con le torbide derive sperimentali degli autori di “Krighsu” e “The Sanguinary Impetus”.
Un flusso dove non è la caratterizzazione dei singoli episodi a contare, ma il quadro generale che deriva dalla loro somma, in una tracklist compatta come la visione dei grattacieli che scorrono fuori dal finestrino di un vagone della sopraelevata; ne emerge un panorama grigio, monolitico, le cui scie di luci sfuggenti corrispondo a quei dettagli, dalle punteggiature acustiche alle divagazioni jazz, che la formazione americana dissemina in modo sottile ma efficace durante l’ascolto, chiarendo come l’obiettivo non sia semplicemente quello di schiacciare la vittima contro l’asfalto.
Anche la scelta di affidarsi a due numi tutelari come Jon Zig per l’artwork (Deeds of Flesh, Pyaemia) e Colin Marston per la produzione (Gorguts, Krallice) non è casuale, con il primo responsabile del solito, visionario scorcio dai toni opprimenti e il secondo che, optando per suoni squisitamente caldi e naturali, esalta i fraseggi del songwriting senza scadere in quel mood asettico e chirurgico di tanto brutal death metal contemporaneo, calando l’insieme in una cornice coerente e curatissima.
La gestazione di sei anni, insomma, è stata ampiamente ripagata da un ritorno che sa di passo in avanti concreto per il progetto newyorkese; un album in grado di ripagare l’attenzione e gli sforzi necessari a dipanarlo con una mezz’ora di musica tanto articolata quanto affascinante, dove ingegno e brutalità collimano in un’alienante soundtrack metropolitana.
