6.5
- Band: THE AMITY AFFLICTION
- Durata: 00:41:20
- Disponibile dal: 24/04/2026
- Etichetta:
- Pure Noise Records
In quell’autentica fucina di talenti del metalcore che è (stata) l’Australia, il nome dei The Amity Affliction sembrava uno di quelli destinati a trainare la scena degli anni Dieci, grazie ad un poker di album dal successo crescente fino al platino di “Let The Ocean Take Me”, perfetta sintesi tra il post-hardcore più muscolare e le melodie mutuate dalla scena emo, il tutto corredato da testi incentrati sulla depressione e l’analisi auto-contemplativa.
Nonostante il successo in madrepatria nell’ultimo decennio, il percorso di crescita si è tuttavia interrotto: la svolta mainstream tentata con “This Could Be Heartbreak” e “Misery” non ha dato i frutti sperati, così come il ritorno all’ovile con gli ultimi due album è stato apprezzato ma non ha aggiunto molto alla loro discografia, relegandoli nelle retrovie all’interno di un panorama in continua evoluzione (dall’arena-core di Parkway Drive ed Architects, fino al successo planetario di Lorna Shore e Sleep Token).
Con “House Of Cards” ritroviamo dunque una band intenzionata a voltare pagina (non a caso l’intro strumentale s’intitola “Vida Nueva”) dopo la separazione dal cantante Ahren Stringer, peraltro affetto da gravi problemi di salute: l’uscita dell’ultimo membro fondatore superstite getta il peso della band tutto sulle spalle di Joel Birch, co-leader insieme ad Ahren dai tempi del debutto discografico del 2008, e ascoltando “Kickboxer” sembra quasi che questo cambio di line-up abbia portato ad un inasprimento del sound, visto il tiro più brutale del pezzo e l’assenza di voci pulite.
In realtà a partire dalla title-track tornano i The Amity Affliction più tradizionali, fautori di un metalcore muscolare addolcito dalle linee in pulito del bassista Jonathan Reeves e dalle consuete punteggiature elettroniche: niente di nuovo, ma quando azzeccano la melodia giusta (“Heaven Sent”, “Break These Chains”, “Swan Dive”) i quattro australiani dimostrano ancora di saper tenere un minimo di confronto con le nuove generazioni, pur rimanendo qualche passo indietro rispetto ai grandi nomi citati in precedenza.
Il problema è che quando si esce dal seminato spuntano alcuni passaggi a vuoto: la monocorde “Bleed”, se pur pompata da ritmiche ipertrofiche, suona più piatta di un brano composto dall’AI, mentre i beat danzerecci giustapposti a forza sui breakdown a mitraglia di “Reap What I Saw” stonano un po’ come l’ananas sulla pizza.
La chiusura con “Eternal War”, altro pezzo potente a metà tra i vecchi As I Lay Dying e le ultime tendenze in ambito ‘-core’, suggella quello che dovrebbe essere un disco di transizione, se non che in questo caso si ritorna verso il già citato “Let The Ocean Take Me” (il cui decimo anniversario è stato festeggiato con un tour ad hoc prima delle registrazioni dell’ultimo album), senza però toccarne le vette: per la serie ‘cambiare tutto per non cambiare niente‘, il nono album conferma i The Amitfy Affliction come una formazione ancora capace di scrivere buoni pezzi, ma che sostanzialmente vive di rendita di quanto fatto nei primi anni Dieci.
