7.0
- Band: THE DEFACED
- Durata: 00:44:20
- Disponibile dal: 04/03/2022
- Etichetta:
- Vici Solum Productions
A chi ha cominciato a seguirci nell’ultima dozzina d’anni il nome The Defaced dirà poco o nulla, ma i diversamente giovani alla lettura ricorderanno come agli albori del ventunesimo secolo fossero una delle band di punta della nostrana Scarlet, potendo vantare in line-up membri provenienti da Darkane, Soilwork e Terror 2000. Dopo il promettente ma derivativo “Domination Commence” (versione svedese di “Burn My Eyes”), il più melodico “Karma In Black” del 2003 sembra il preludio di una fulgida carriera al livello delle band madri, ma, complici alcuni cambi di line-up del super-gruppo, si perdono presto le tracce e il successivo “Anomaly” di qualche anno dopo segna il canto del cigno senza particolari clamori. Arriviamo così ai giorni nostri quando il chitarrista Mattias Svensson richiama il cantante Jens Broman e l’altro chitarrista Klas Ideberg per rimettere in pista i The Defaced: tempo di reclutare il batterista Bob Ruben (che già aveva suonato con la band nel 2005) ed ecco servito “Charlatans”, quarta fatica che riavvolge il nastro di quasi vent’anni. Come altre band nel passato recente, dai Burden Of Grief ai Withering Surface, dietro questo ritorno non sembra esserci nessun calcolo se non la volontà di riprendere a fare musica insieme, e fortunatamente il lungo periodo di attività non sembra aver lasciato segni di ruggine, anzi. Ad un ascolto distratto, la doppietta d’apertura formata da “Monochromatic Void” e “Bleeding One” potrebbe essere scambiata per nuovo materiale targato Soilwork (non a caso le parti vocali sono state registrate con Björn Strid): originalità a parte, segno che la band ‘gira’ ancora bene. Se la titletrack prova a spingere un po’ di più sul versante thrash-death, con risultati anche qui più che discreti, interessante è anche l’approccio più progressive di “Celestial Display” e “Gilded Hands”, che ad un groove ritmico uniscono uno spiccato senso melodico a livello di chitarre / linee vocali, spostando la barra a metà tra gli Evergrey e i The Night Flight Orchestra. Al netto di qualche fisiologico episodio meno ispirato (“Son Of The Sun”, tirata troppo per le lunghe, e la più anonima “Fangs”), i quattro chiudono in bellezza con “No More Diamonds”, mostrando di essere tutto fuorché dei ciarlatani e di poter ancora meritare un posto nella tavola sempre più rotonda del melo-death anni ’20.
