6.5
- Band: THE FLOWER KINGS
- Durata: CD1: 00:51:20; CD2: 00:41:36
- Disponibile dal: 04/03/2022
- Etichetta:
- Inside Out
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I The Flower Kings del nuovo corso con Zach Kamins e Mirko DeMaio – ovvero da quando Roine Stolt ha recuperato il moniker originale – pubblicano il loro terzo doppio album nell’arco di poco più di due anni, intitolandolo “By Royal Decree”. Rispetto ai due precedenti lavori, dove tutto sommato si poteva in qualche misura apprezzare un sound più svecchiato e con qualche esperimento verso qualcosa di più ‘cinematografico’ e con una maggiore presenza di orchestrazioni o, ancora, con un approccio più fresco e diretto, in questo nuovo album si assiste ad un deciso cambio di rotta, ad un preciso ritorno al passato: le sonorità tornano ad essere vintage e fortemente ancorate ad un sound che si rifà agli anni ’60-’70, fondamentalmente all’epoca d’oro del prog rock. Ciò non significa però che “By Royal Decree” sia un disco prog a tutti gli effetti: al contrario le tracce non sono eccessivamente complesse, tendono ad essere anche alquanto melodiche e mancano vere e proprie suite. Tra l’altro, molto di questo materiale risale ad un periodo antecedente addirittura alla formazione dei The Flower Kings: di affine con il prog settantiano c’è più che altro il ricorso a sonorità che rimandano a quel periodo, con l’utilizzo anche di strumenti come l’hammond, il mellotron e il mini Moog. Inoltre, è assai significativo come collabori all’album anche Michael, fratello di Roine, con il quale questi condivide certamente un preciso background musicale e che qui si alterna alle parti di basso con Jonas Reingold, oltre a collaborare alle voci. A proposito di voci, anche per l’utilizzo che ne viene fatto, in alcune tracce si ravvisano decise influenze dei Beatles; in generale, dietro ai microfoni si cimenta, oltre ai fratelli Stolt, anche Hasse Fröberg e ai cori ritroviamo la voce femminile di Jannica Lund, ma in alcuni brani ci sono pure atmosfere decisamente pinkfloydiane (ad esempio in “The Darkness In You” e “Revolution”). In alcune canzoni si ritrovano tra l’altro varie citazioni: così, in “Open Your Heart”, una parte di chitarra verso la fine del brano è praticamente il tema principale della bellissima “Sometimes I Feel Like Screaming” dei Deep Purple (contenuta nel loro album “Perpendicular”, il primo con Steve Morse), ma non si tratta neppure di un caso isolato. Si ravvisa inoltre qualche piccolo accenno qua e là di jazz, funky, elettronica o una leggera vena folk, in particolare quando viene utilizzata la fisarmonica (come in “Letter”), ma si segnalano anche belle parti di sax a cura di Rob Townsend.
Per questo disco vale poi un po’ il discorso che avevamo fatto per i precedenti: è difficile che la tracklist, con così tanti brani, si possa mantenere brillante per tutta la sua durata, tanto più che in questo caso Stolt va a recuperare materiale così datato. In un certo senso le sonorità proposte sono senza tempo e certamente amate da chi segue la band, però è anche vero che avevamo trovato apprezzabile il tentativo da parte di questa (almeno con gli ultimi album) di provare a sperimentare qualcosa di nuovo, senza però per questo perdere la propria identità. Con “By Royal Decree”, in linea di massima, si torna su soluzioni già ampiamente sperimentate, su zone di comfort che difficilmente possono riuscire a sorprendere un convinto appassionato di prog. Resta però il fatto che sulla classe dei The Flower Kings non si discute e indubbiamente i brani sono comunque raffinati ed affascinanti, specialmente quando si aprono a divagazioni strumentali, come sempre emozionanti e di gran gusto.
In realtà, nel disco ci sono tanti piccoli spunti, tante idee, che però vengono espresse in modo alquanto frammentario, piuttosto che assemblate in un contesto più organico e di ampio respiro, come di solito avviene nei migliori album prog: qualcosa in tal senso si ravvisa comunque, come nel caso della conclusiva “Funeral Pyres”, ma la sensazione è che invece, in generale, si sia voluto andare un po’ per le sbrigative, optando per un prodotto finale che comunque strizzasse l’occhio agli amanti del prog, senza che però le tracce risultassero eccessivamente complesse, facendo prevalere, rispetto ad una tipica genialità che contraddistingue da sempre Roine Stolt e le sue band, una via più semplice e rapida, più di mestiere, senza comunque trascurare il fatto che parliamo pur sempre di musicisti che sanno fare il loro mestiere più che bene.
