7.5
- Band: THE HU
- Durata: 00:50:53
- Disponibile dal: 24/07/2026
- Etichetta:
- Better Noise Music
Gli Unni terrorizzarono per centinaia di anni l’Asia e l’Europa, ed è ancora un nome che nella cultura occidentale si pronuncia quasi con sgomento: tale senso di rispetto e timore verso un popolo che ha fatto tremare il mondo conosciuto all’epoca, continua nella musica dei The Hu, arrivati al terzo album che si intitola, appunto, “Hun”.
Una band che, a livello commerciale (complici anche numerose collaborazioni con musicisti come Metallica e Serj Tankian, oltre ad aver partecipato a tour di tutto rispetto con nomi come Megadeth e Five Finger Death Punch), ormai ha bisogno di poche presentazioni: la formazione di Ulan Bator, complice una naturale curiosità da parte di molti ascoltatori nel sentire melodie e cantati che non sono proprio tipici della musica occidentale, si è costruita nel corso degli anni una solida base di fan ed è riuscita anche a farsi conoscere anche al di fuori della cerchia ristretta degli ascoltatori di metal – e ciò si sente parecchio anche nei solchi di quest’ultimo lavoro.
A ben vedere, “Hun” è quasi più duro di “Rumble Of Thunder” come sonorità: l’unico brano che potremmo definire veramente sciamanico è la commovente “Echoes Of My Father”, dove Gala, cantante e polistrumentista, racconta delle famiglie mongole con il suo throat singing ormai marchio di fabbrica della band, mentre per il resto delle tracce c’è una bella verve heavy marcata grazie al lavoro di Jamba alla chitarra e Davaa al basso, musicisti che di solito accompagnano la band in tour, a spingere moltissimo in brani come l’iniziale “Warrior Chant”, o nella cadenzata “Shadow”.
A nostro avviso, la parte più bella dell’album è quella che parte con “Horseman”: chi conosce un minimo di cultura mongola o ha letto qualche romanzo ambientato da quelle parti sa benissimo quanto siano importanti i cavalli per la popolazione asiatica, e i The Hu celebrano la bellezza di questo animale con una delle loro canzoni più riuscite in assoluto, dove gli strumenti tradizionali suonati da Jaya, Enkush e Temka – le colonne portanti della band insieme al leader Gala – imitano i nitriti delle mandrie in corsa nelle steppe. C’è anche una – riuscitissima – canzone da pogo: la thrashettona “The Real You”, che con i suoi ritmi serrati mieterà sicuramente molte vittime in sede live.
Non abbiamo parlato ancora del pezzone “Lost Soul”, che vede la partecipazione di Jonny Hawkins dei Nothing More, trasformando il rock folkeggiante della band in un inno bombastico e quasi pop: un esperimento capace di portare ad entrambe le band sicuramente moltissimi ascolti da parte di un pubblico casuale, ma che resta un po’ fuori luogo rispetto agli altri brani presenti sul disco.
Insomma, a conti fatti, i The Hu sembrano essere ancora in grado di farci divertire con questo gustoso mix di musica folk mongola e metal moderno, osando anche con brani più tirati dalla sicura presa in sede live. Hanno anche un po’ perso, per fortuna, quel rischio di musica da sottofondo che potevano avere alcuni dei loro brani precedenti, riuscendo a imprimere una vena più smaccatamente incisiva ad alcuni episodi del lavoro.
Certo, si tratta sempre dello stesso tipo di musica e, al di là dei singoli, alla lunga un ascoltatore dal palato un po’ più esigente potrebbe rimanere deluso, specialmente per l’ultima traccia di cui abbiamo parlato, fatta decisamente per un tipo di pubblico non propriamente metal, ma “Hun” potrebbe tranquillamente essere la colonna sonora ideale della vostra estate, sognando il fresco delle steppe mongole fra un concerto e l’altro.
