7.5
- Band: THE JELLY JAM
- Durata: 00:52:30
- Disponibile dal: 27/05/2016
- Etichetta:
- Mascot Records
- Distributore: Edel
Cinque anni di pausa non hanno intaccato lo smalto dei The Jelly Jam, supergruppo nato nel 2002 e composto da John Myung (Dream Theater), Ty Tabor (King’s X) e Rod Morgenstein dei Winger. Il nuovo “Profit” non delude i fan già innamorati dei due precedenti lavori, perché questo fantastico progressive trio ancora una volta ha mostrato tutta la sua forma tradotta in buone composizioni. Il disco viene aperto da “Care”, un brano rock dal sound marcatamente americano e lontano da qualsiasi filosofia di revival nei confronti del classic prog. La produzione, i riff di chitarra e le linee vocali possiedono un ciglio moderno ed attuale, con melodie dirette e mai troppo arzigogolate. “Stain On The Sun”, pur mantenendo tutte le intenzioni della band di suonare in modo moderno, possiede un sound che pesca dagli anni Sessanta e Settanta, con più di un richiamo ai Beatles soprattutto per quanto riguarda le parti vocali di Ty Tabor. Con “Water” i The Jelly Jam tornano veramente a suonare prog rock, il ritornello corale ci catapulta all’istante negli anni Settanta. L’ascolto prosegue con un rock essenziale e scanzonato, “Stop” sicuramente non rende onore alle capacità tecniche della band, ma si lascia ascoltare senza intoppi. Ty Tabor dosa molto la sua ugola ed offre una performance molto calda e sentita, senza il bisogno di spingere con la voce. Myung e Morgenstein lo affiancano senza mai lasciare al loro ego motivi validi per imporsi, ottime le parti di basso e batteria perché riducono al minimo indispensabile i tocchi virtuosi. I musicisti su “Profit” sono messi interamente al servizio della canzone, protagonista indiscussa: qui vale la collettività, non il singolo musicista. Prima di arrivare alla fine c’è spazio per alcuni pezzi particolari, una “Mr. Man” abbastanza banale e la potente “Memphis” dove finalmente la chitarra pesta a dovere. Anche “Perfect Lines (Flying)” colpisce, grazie a strofe abbastanza intricate ed un ritornello molto dolce e soave che può ricordare i passaggi più zuccherosi dei Dream Theater. A conti fatti “Profit” convince proprio per la sua ‘semplicità’, da mostri sacri come Tabor, Myung e Morgenstein ci si potrebbe aspettare prodigi tecnici di ben altro livello, ma le canzoni funzionano proprio perché entrano in testa sin dal primo ascolto.
