THE PINEAPPLE THIEF – Versions Of The Truth

Pubblicato il 08/09/2020 da
voto
8.0
  • Band: THE PINEAPPLE THIEF
  • Durata: 00:46:50
  • Disponibile dal: 04/09/2020
  • Etichetta: Kscope Music
  • Distributore: Audioglobe

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Implacabili e stacanovisti, i progster del Somerset ritornano a cavalcare l’onda (un’onda sicuramente massiccia) e si offrono in tutta la loro meditativa nostalgia, i dubbi, le riflessioni che contraddistinguono il momento d’oro (almeno quello da “Magnolia” in poi) della formazione che, ancora una volta, si ritrova a fare i conti con l’eredità Porcupine Tree. Bruce Soord osa però ancora una volta, e si butta a capofitto nel tentativo di proseguire quell’impatto britpop che aveva contraddistinto le ultime diramazioni dei suoi Pineapple Thief. Quelle che l’innesto in pianta stabile di Gavin Harrison ha sicuramente contribuito a formare e che qui vengono esemplificate dall’opera, posta in copertina, dell’artista tedesco Michael Schoenholtz: una serie di forme cinetiche e astratte che sembrano rivelare un’immagine diversa a chi la guarda. Harrison si è imbattuto nell’incisione proprio mentre la band stava finendo di incidere il tutto e lo ha mostrato ai suoi compagni di band. ” Quella particolare incisione sembrava risuonare con me” , dice Harrison.“In cinque minuti avevamo scelto tutti la stessa immagine. È stato il processo di selezione di una band più veloce a cui abbia mai assistito. Come spesso accade con l’arte moderna contemporanea, persone diverse trovano al suo interno significati diversi. Personalmente lo vedo come un intrigante labirinto che raffigura il processo mentale della creatività. Non ha mai linee rette. ”
“Versions Of The Truth” riprende un clima narrativo – oltre che musicale – che già Wilson aveva pianificato con i suoi Porcupine Tree (quelli del mirabile “In Absentia”) e si offre – sempre liricamente – come prospettiva sulle diversità degli approcci, delle visioni, delle verità che riteniamo proprie. La colonna sonora del mondo della post-verità, insomma. Le prospettive sono probabilmente opposte, ma strettamente connesse. Soprattutto quando si legano alle relazioni, alle amicizie, in particolare, come accade in “Driving Like Maniacs”, in cui – come suggerito anche dal video – il rapporto d’amicizia è destinato a finire in un modo catastrofico. E così come, in ambito relazionale, si percepisce in “Our Mire”.
Il disco, però, brilla sicuramente per la musica e per l’effetto d’ascolto in sé, ben superando il concept fondante, tutto sommato già ampiamente dibattuto. I musicanti all’opera sono sicuramente dentro fino in fondo, Harrison compreso, ma tutti sono al servizio dell’impostazione fresca e funzionale di Soord. I pezzi funzionano tutti dal punto di vista dell’impatto, ma anche della ricercatezza fine e raffinata che connota le diramazioni espressive. Il sound, poi, è figlio dei grandi esempi wilsoniani della Kscope, ormai assurta a paradigma per quello che il progressive rock sta offrendo in questi ultimi anni. La marimba e le sonorità nuove che vengono aggiunte qui e là infittiscono quello che è un percorso di evoluzione che gli inglesi stanno affrontando con gli ultimi due album, entrambi rappresentativi per la forma strabiliante della formazione, “Your Wilderness” e “Dissolution”. I Pineapple Thief sembrano ultimamente non sbagliare un disco, arrivando qui, probabilmente, ad una delle loro proposte migliori.
La titletrack che apre il disco mette già in chiaro il tutto (“It’s not how I remember it”): groove deciso, abbellito dai passaggi melodici pop, dalla voce genesisiana di Soord, dalle malinconie di certa musica rock più oscura, tinta di sonorità ed espressioni capaci di ricordare i grandi fasti di Porcupine Tree, Spock’s Beard e Pain Of Salvation dei tempi d’oro. Oltre che, ovviamente, dei Genesis e dei Marillion più radiofonici (ma per nulla scontati). Nulla di prolisso, nulla di sperimentale, nulla di nuovo. Eppure si ha la sensazione di trovarsi davanti ad una delle più convincenti espressioni di quel genere che definiamo – senza troppi fronzoli – progressive rock ‘all’inglese’. “Break It All” propone un riff che fa ricordare che certo hard rock non è stato dimenticato per niente, anche se viene inserito in un contesto che fa i conti con un orecchio contemporaneo completamente diverso da quello di vent’anni fa (o ancora più in là). Brani come “Leave Me Be” sono esempi di come l’immediatezza dell’ascolto abbia però dietro un comparto tecnico e compositivo di qualità sopraffina: tutto in quattro minuti di canzone. Altrove, anche in meno (“Stop Making Sense” e “Too Many Voices”). La seconda parte del disco è entusiasmante tanto quanto la prima, senza grandi scossoni ma ben lontana dal prestarsi a sbadigli. Il tono Radiohead si amplifica brano dopo brano, ma il timbro di Soord, probabilmente meno originale di quello di Yorke, è sicuramente più affabile e meno pesante (“Too Many Voices” per credere).
Alla fine i Pineapple Thief sembrano veramente ancora sulla cresta dell’onda giusta e continuano a non sbagliare un disco. “Versions Of The Truth” è un album audace, brillante, autentico, capace di catalogare i Pineapple Thief – ancora una volta – come una delle grandi certezze del nuovo progressive rock.

TRACKLIST

  1. Versions Of The Truth
  2. Break It All
  3. Demons
  4. Driving Like Maniacs
  5. Leave Me Be
  6. Too Many Voices
  7. Our Mire
  8. Out Of Line
  9. Stop Making Sense
  10. The Game
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