8.5
- Band: THE QUIREBOYS
- Durata: 00:48:27
- Disponibile dal: 29/01/1990
- Etichetta:
- EMI
La scena hard rock a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta sembra vivere le stesse contraddizioni che hanno segnato il passaggio dall’edonismo sfrenato dei primi alla disillusione dei secondi. Non stupisce, in questo senso, che due movimenti come l’hair metal e il grunge siano diventati nell’immaginario comune i simboli delle rispettive decadi. L’hair metal, con i suoi eccessi estetici e la sua incessante ricerca del piacere a base di sesso, droga e rock ‘n’ roll è stato per un certo periodo l’immagine colorata e cotonata di un’America che sarebbe poi stata squassata dall’irruzione del grunge, con le sue camicie di flanella, le sonorità cupe e un nichilismo di fondo che rileggeva quegli stessi eccessi non più come ricerca del divertimento a tutti i costi, ma come fuga da un mondo sempre più inospitale. Il 1990, nel suo essere un anno spartiacque, finisce così per configurarsi come una zona grigia: la parabola della Sunset Strip comincia a dare i primi segni di opacità, mentre una nuova generazione di musicisti e ascoltatori volge l’attenzione verso sonorità più fresche. Prendiamo il caso dei Quireboys. Nati a metà degli anni Ottanta a Londra, dall’incontro tra il cantante Spike e il chitarrista Guy Bailey, non hanno naturalmente nulla da spartire con il nascente movimento grunge, ma non si riconoscono nemmeno in quello dell’hair metal americano, da cui il loro percorso prende progressivamente le distanze. La loro estetica è più elegante, dandy, e le loro radici musicali non guardano ai grandi nomi del rock a stelle e strisce, ma recuperano la grande tradizione inglese, quella degli Stones e dei Faces, prima di tutto, e poi del glam rock di Bowie, Mott The Hoople e T-Rex.
I Quireboys sul finire degli anni Ottanta erano già riusciti a costruirsi una bella nomea nel circuito dei club inglesi, tanto da riuscire ad ottenere uno slot nel Festival di Reading del 1988, quando ancora non avevano nemmeno un album di debutto all’attivo. Proprio grazie a questa esposizione, la band entra nel radar di Sharon Osbourne, che in quegli anni stava cercando di consolidare il suo ruolo di manager al di fuori della gestione degli interessi di Ozzy. È proprio lei a prendere Spike e compagni sotto la sua protezione, procurando loro un contratto discografico con la EMI.
Coadiuvata dai produttori George Tutko e Jim Cregan, la band entra quindi in studio sul finire del 1989 e l’anno successivo, il 29 gennaio, consegna nei negozi il proprio album di debutto, “A Bit Of What You Fancy”.
Le dodici tracce incluse ci restituiscono una band all’apice del proprio potenziale, capace di prendere il meglio dell’energia dell’hair metal americano, per declinarlo con una sensibilità tutta britannica, che fa tesoro della lunga tradizione del rock e del blues europeo, con una classe ed una musicalità che tanti colleghi potevano solo sognare.
Le chitarre di Guy Bailey e Guy Griffin disegnano riff graffianti e avvolgenti, che spesso si affiancano all’uso della chitarra acustica, molto presente eppure mai sdolcinata. La voce di Spike, con quel suo timbro sabbiato, sembra rileggere in maniera più aspra quello sensuale del migliore Rod Stewart, mentre su tutto si staglia un uso eccellente e tutt’altro che scontato del pianoforte, che torna ad essere protagonista in un contesto, quello dell’hard rock, in cui era stato soppiantato prima dall’organo e poi dai vari sintetizzatori. Curiosa, infine, la presenza alla batteria di Ian Wallace, batterista di formazione jazz che aveva militato anche nei King Crimson ai tempi di “Islands” e che qui siede dietro le pelli nel ruolo di session man, fornendo comunque tutta la sua professionalità alla trama ritmica.
Anche la scrittura è un ottimo compendio di energia grezza ed eleganza, capace di bilanciare umori e sonorità differenti. “Man On The Loose” si apre con un riff che pare uscito dalle mani di Keith Richards, per poi dare spazio ad un coro spiritual; “Sex Party”, come suggerisce anche il titolo, è una canzone sguaiata, selvaggia, con un pianoforte martellante che picchia sul finale; mentre “Hey You”, con quella sua linea melodica ariosa, è il singolo perfetto che, non a caso, riscuoterà anche un notevole successo, raggiungendo la quattordicesima posizione della classifica inglese.
Non meno interessanti sono le canzoni in cui la band frena la sua carica, abbracciando arrangiamenti più morbidi e raffinati. È il caso di “Sweet Mary Ann”, vellutata e delicata; la malinconica ballad “I Don’t Love You Anymore”, esempio perfetto della rock ballad degli anni Ottanta; per arrivare a “Roses & Rings”, in cui sembra fare capolino il miglior Bryan Adams.
Impossibile chiudere questo excursus, infine, senza citare almeno “Whippin’ Boy”, canzone sinuosa, giocata sulla chitarra acustica bluesy e su un delicato arrangiamento di archi, e “There She Goes Again”, che invece recupera un po’ l’attitudine di Bruce Springsteen, sia nell’incedere del pianoforte e sia per l’uso dei fiati.
Una volta pubblicato, “A Bit Of What You Fancy” si rivela un successo, arrivando a scalare la classifica britannica fino alla seconda posizione. La storia dei Quireboys, però, sarà tutt’altro che in discesa: i contrasti con Sharon Osbourne porteranno ad una rapida separazione e la band riuscirà giusto a pubblicare un secondo album nel 1993, “Bitter Sweet & Twisted”, prima di uno scioglimento che durerà fino agli anni Duemila.
Una meteora, per certi versi, eppure i Quireboys restano una band che ha scritto un meraviglioso disco hard rock, colpevole solo di essere uscito nel momento meno favorevole possibile. Troppo in là per agganciarsi all’età dell’oro degli anni Ottanta e troppo vicino alla rivoluzione che da Seattle cambierà il destino di gran parte delle band di questo genere. Oggi, invece, semplicemente un disco da riscoprire e riassaporare come il miglior vino.
