7.5
- Band: THE STORYTELLER
- Durata: 00:57:18
- Disponibile dal: 25/04/2025
- Etichetta:
- The Circle Music
Forse non tutti si ricorderanno dell’esistenza del musicista svedese L.G. Persson e dei suoi The Storyteller, i quali possono vantare una quantità di album più corposa di quanto sarebbe lecito immaginare ad un primo impatto: la prima parte di questi ha visto la propria uscita prima del prematuro scioglimento avvenuto nel 2006, anno in cui si è interrotta una carriera composta da lavori non proprio sfavillanti, ma comunque dotati di un buon piglio per chi masticava pane e power metal di stampo europeo.
Inaspettatamente, l’uscita dell’album “Dark Legacy” nel 2013 ha sancito non solo un ritorno sulle scene della realtà in questione, con tanto di nuovo logo a brillare sulla copertina, ma anche un inatteso upgrade dal punto di vista delle capacità compositive, in quanto non fatichiamo ad affermare che i The Storyteller abbiano fornito le proprie migliori prove proprio a partire dalla suddetta opera, incluso l’ottimo seguito “Sacred Fire” di appena due anni dopo.
Ebbene, ci sono voluti ben dieci anni, ma siamo qui per parlarvi di quello che è, molto probabilmente, il miglior lavoro di sempre ad opera del sottovalutato frontman di cui sopra, che nel qui presente “Final Stand” decide di riversare tutta l’ispirazione e la frustrazione raccolte in questo lungo lasso di tempo, con un risultato che ci ha lasciato sbalorditi sotto svariati punti di vista, a scanso di un paio di difetti strutturali di cui parleremo a breve.
L’album in sè è un concentrato di tutti quegli elementi che ci sono cari di un certo tipo di power metal: il comparto vocale è curatissimo, come i ritornelli, la doppia cassa a rotta di collo non manca e vi è sempre e comunque la percezione di essere all’interno di un’opera epica e dai forti toni fantasy. Il tutto con una coerenza invidiabile, al punto tale che ci è più volte sembrato di avvertire i tratti salienti di numerose realtà affermate del genere, tenuti però insieme con un fil rouge affilato e maneggiato con maestria: il trittico dalle connotazioni speed/power composto da “That Eyes Cannot Sea”, “Tower Of Fear” e “This Time Tomorrow” ci riporta alla mente il modus operandi dei Blind Guardian o dei Savage Circus, mentre la iniziale “It’s Storytime” e la più festaiola “Return Of The Thieves” adottano un approccio leggermente più ‘happy’, tipico di formazioni più recenti.
Procedendo con l’ascolto queste influenze trovano materiale per rinforzarsi, ma sempre con la stabile presenza dell’ugola dello stesso L.G. Persson a svettare sull’ottimo comparto strumentale: la sua voce può ricordare vagamente le timbriche più note di gente come Herbie Langhans (Firewind, Avantasia) e Jonny Lindqvist (Nocturnal Rites), con un risultato davvero convincente sotto pressoché ogni punto di vista, dato probabilmente anche dal fatto che egli si è letteralmente occupato di ogni singola parte, senza scendere ad alcun compromesso e confezionando ogni brano proprio come voleva, ed è evidente anche dopo diversi ascolti. I ritornelli, in particolare modo, fanno breccia come la punta di una freccia, e sappiamo tutti bene quanto questo sia un fattore fondamentale in un disco power metal con tutti i crismi.
Un difetto che possiamo dire di aver riscontrato risiede probabilmente nella sua durata: riteniamo infatti che un’ora di ascolto sia forse leggermente troppo, considerando il tipo di prodotto che abbiamo per le mani, che di fatto si fonda su una combinazione di scelte e stilemi, non perfettamente in grado di infliggere la giusta quantità di sferzate compositive, necessarie per prevenire quella leggerissima sensazione di piattezza che, in un paio di frangenti, si è fatta inevitabilmente sentire.
Per carità, abbiamo gradito il tentativo di arricchire la scaletta con parentesi come la ballad “Sweet Lullaby” e la tribale “They Will Fear Our Battlecry”, che risultano effettivamente piacevoli; il problema è che entrambe si collocano nella seconda metà della tracklist, insieme ad un intermezzo non indispensabile come “As The World Holds Its Breath”, e ciò si traduce in una prima parte di ascolto piuttosto lineare, seguita però da una seconda anche troppo frammentaria, malgrado l’innegabile qualità di pezzi come “By Oath And Blood” e la conclusiva title-track.
In buona sostanza, si tratta di un lavoro indubbiamente efficace e coinvolgente, meritevole di ben più di una possibilità da parte degli amanti del power metal, che in questo album troveranno dei tratti stilistici senz’altro noti, ma ben maneggiati e collocati in un prodotto partorito con amore e dedizione, che sfiora solamente l’eccellenza per via di un paio di scelte strutturali non ottimali, in grado di compromettere in parte una scaletta dove non figura nemmeno una canzone veramente sottotono, e con cui riteniamo di esserci davvero divertiti come, ultimamente, non capita poi così spesso all’interno di questo specifico filone.
