7.5
- Band: THE STRANDED
- Durata: 00:39:00
- Disponibile dal: 02/07/2012
- Etichetta:
- Coroner Records
- Distributore: Masterpiece
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Esistono artisti per i quali le parole “ispirazione” e “creatività” non usciranno mai dal proprio vocabolario. Ettore Rigotti, talentato poli-strumentista nostrano, unisce il gusto per il melodic death svedese ed una inventiva tutta italiana ad una prolificità davvero straripante, presentandoci con questi nuovissimi The Stranded, una versione moderna e tirata a lucido della sua visione di metal estremo. Conosciuto per i suoi Disarmonia Mundi, le sue collaborazioni con Blood Stain Child e Slowmotion Apocalypse, unisce qui le sue forze a quelle di Claudio Ravinale (per il cantato estremo), di Alessio Nero Argento (tastiere) e dello statunitense Elliot Sloan (conosciuto come skater professionista, membro del team di Tony Hawk). Inutile dire che questo “Survivalism Boulevard” gode di una produzione davvero perfetta e “svedese”, che esalta le sonorità moderne e scintillanti del combo, accostabile alla versione più recente dei Soilwork, imbastardita con iniezioni di In Flames e Terror 2000, il tutto ovviamente suonato molto vicino “ai cancelli” tanto cari a Tompa Lindberg. Molto forte l’influenza americana, che si fa sentire nei validissimi ma ruffiani ritornelli, talmente efficaci ed immediati da rendere il gruppo assolutamente assimilabile da chiunque mastichi un po di heavy rock. Gestita molto bene la presenza di due differenti singer, non limitando quindi le linee vocali ad una alternanza (che ormai ha sinceramente stancato) tra cantato melodico e screaming, ma bensì permettendoci di ascoltare una voce urlata che doppia nei refrain la linea pulita (e viceversa) in una stratificazione musicale che aumenta di molto la longevità di questo platter, regalandoci ad ogni ascolto delle nuove scoperte. Tastiere onnipresenti, atte a tessere trame moderne ed atmosfere che strizzano gli occhi alla classifica d’oltre-oceano ed al “loro” metal-core sempre più europeo ed aggressivo e ad un metal indiscutibilmente duro ma fresco e rinfrescante in mezzo alla calura di tanti inutili watt propinati da decine, centinaia di band solamente rumorose. Sperando che la band non sia un fuoco fatuo, o lo sfogo dell’incontinenza artistica di Rigotti, ascoltiamo le chitarre nel loro instancabile riffing, che nonostante (sia chiaro) non inventi certo nulla di nuovo, non ci sentiamo di dare per scontato, trovando nelle continue armonizzazioni e spunti melodici un motivo per proseguire l’ascolto sempre più galvanizzati ed incuriositi. Concludendo, un gruppo che non ci aspettavamo, ma, come per un piatto mai assaggiato precedentemente, non potevamo provare i languori della fame; ora, dati i primi morsi, aspettiamo il secondo giro con l’acquolina alla bocca. Un’abbuffata di talento, una indigestione di buona musica.
