7.0
- Band: THE VISION BLEAK
- Durata: 00:48:17
- Disponibile dal: 06/03/2016
- Etichetta:
- Prophecy Productions
- Distributore: Audioglobe
Spotify:
Apple Music:
Sesto lavoro per i tedeschi The Vision Bleak, “The Unknown” a primo ascolto si rivela un’opera che, facendosi carico di un misto piuttosto riuscito tra gothic e un black metal atipicamente melodico, sembra voler affrontare concettualmente gli antri delle emozioni umane più ferine miste ad una sorta di depressione, sofferenza e paura. Pur non disponendo dei testi si percepisce infatti un certo claustrofobico clangore, un’asfissiante oppressione, sensazioni magistralmente tenute nei limiti dell’eleganza dal duo Schwadorf e Konstanz. E’ infatti un album piuttosto ricercato quello che ci si pone davanti, che nelle sue costruzioni che alternano violenza e sospensione, aggressività e respiro, si dimostra composizione studiata eppur scevra di legacci che ne veicolino con troppa rigidità le intenzioni; prova ne sono momenti come l’ispirata “From Wolf To Peacock”, che accomuna felicemente black nella forma quanto goth nella sostanza, o la già più spinta “The Kindred of The Sunset” (chi ha detto Killing Joke?), così come ci si può permettere rallentamenti che alla lontana possono ricordare il doom (“The Whine of The Cemetery Hound”) e momenti in cui il metal lascia spazio al goth rock che tanto ci ricorda gente come i 69 Eyes primi 2000 e la roba a cui si loro stessi si rifacevano (in “Into The Unknown”). Non manca nemmeno il metal però, e “How Deep Lies Tartaros?” ne è un’esibizione priva di compromessi, in cui i tedeschi partono e concludono con una rasoiata tenuta sapientemente sotto controllo. L’aria che avvolge il disco è orrorifica quanto basta (un pezzo come la strumentale “Who May Oppose Me?” potrebbe stare in diverse scene di uno slasher), e la bella copertina è un portale da quale le sfumature da incubo che avvolgono l’ascolto sembrano voler uscire e insieme restare intrappolate: la qual cosa si riflette nell’aspetto musicale, dove i The Vision Bleak sono per l’appunto bravi a lasciarsi andare ma mai troppo, a frenarsi ma insieme sciogliersi. Plauso alla chiusura, “The Fragancy of Soil Unearthed” è un pezzo heavy goth funzionante e misurato, in cui l’incedere dritto e vagamente epicheggiante ben si sposa con l’aggressività nella parte vocale, summa dei discorsi sinora affrontati. Un album concreto diremmo, la cui esigenza espressiva non scende mai sotto la media ma allo stesso tempo non intende strafare, rimanendo ben salda ad una virtute teutonica di pragmatismo e (buon) risultato.
