THE WOUNDED KINGS – Visions In Bone

Pubblicato il 27/09/2016 da
voto
8.0
  • Band: THE WOUNDED KINGS
  • Durata: 00:47:17
  • Disponibile dal: 26/08/2016
  • Etichetta: Candlelight
  • Distributore: Audioglobe

Doom. Intrinsecamente, orgogliosamente doom. D’annata, tradizionale, privo di contaminazioni, espedienti moderni, influssi esterni. Se siete doomster desiderosi d’ortodossia, il capitolo conclusivo dell’avventura a nome The Wounded Kings è qui per voi. “Visions In Bone”, come annunciato dalla band un paio di settimane prima della sua uscita, è l’atto finale di una storia iniziata nel 2004 e vissuta fedelmente nel solco dell’heavy metal plumbeo e rallentato. Per il commiato, il quartetto ha annullato gli influssi occult rock immessi dalla voce stregonesca di Sharie Neyland, vocalist per “In The Chapel Of The Black Hand” e “Consolamentum”, chiudendosi su se stesso in una coriacea corazza sabbathiana, resa inattaccabile da quell’idea di spossante immobilità veicolata a suo tempo dai Reverend Bizarre. Non è solo il rientro di George Birch, cantante dei primi due dischi, ad aver mutato di netto le atmosfere, è l’atteggiamento complessivo della band tutta, che si esprime nelle cinque lunghe tracce del disco con una dolente calma, affermando un’idea di doom radicale, che nulla regala alla facile fruizione. La partenza elettro-acustica di “Beast”, dove Birch declama poeticamente sonnambulo alla maniera di un decadente cantore di genere dark-folk apocalittico, lascia intendere intenzioni chiare e quel che ne segue conferma appieno i primi sentori; “Visions In Bone” si nutre di narcolessia, raccoglimento, portandoci in breve in un mare di nebbia, nel nulla della campagna inglese. Qui ci lascia, persi, distanti da ogni forma di umanità, abbandonati a noi stessi. La voce di Birch si estende magnetica sulla musica incarnando la figura di un menestrello di storie cupe e dannate, punto focale dal quale si dipartono chitarre compatte, ricche di sfumature, rese pesanti e massicce da una produzione magistrale per l’ambito di competenza; sussiegosa delle striature vintage, equanime nel conferire i necessari spazi ad ogni strumento, heavy da far spavento quando si tratta di esaltare le voglie metalliche della formazione. La grandezza di quest’ultimo lascito del gruppo inglese è di riportare la mente a un “Black Sabbath”, un “In The Rectory Of The Bizarre Reverend”, coglierne le stesse esigenze espressive e riprodurle trasmettendo una magia che, se non arriva all’intensità delle due opere citate, non vi arriva nemmeno ad anni luce di distanza. I prolungati solismi settantiani, quasi timidi nell’emergere dal mix, i tempi mai concitati, il perfetto dosaggio di mareggiate abissali e tenui pizzicate, i cambi di tonalità e volume di un Birch in stato di grazia segnano una via crucis di rara efficacia fra le uscite classic doom del 2016. Le tracce si snodano fra reiterazioni sfibranti e ‘dondolamenti’ in un nulla smisurato, non concedendo una minima apertura ariosa, oppure un’accelerazione che spezzi l’incantesimo. Un’uniformità di pensiero e azione da lasciare inorriditi chi non abbia passione per il lato più refrattario alla luce del metal e che ha di converso il potenziale per stregare chi delira per questi suoni. Un funebre happy end, “Visions In Bone”: sarebbe stato difficile chiedere di meglio a Steve Mills e compagni, che ci lasciano con una stoccata finale alla quale ogni tentativo di parata e risposta sarebbe totalmente inutile.

TRACKLIST

  1. Beast
  2. Vultures
  3. Kingdom
  4. Bleeding Sky
  5. Vanishing Sea
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