7.5
- Band: THE ZENITH PASSAGE
- Durata: 00:45:42
- Disponibile dal: 21/07/2023
- Etichetta:
- Metal Blade Records
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A sette anni dall’album di debutto “Solipsist” e a ben dodici dalla fondazione, ecco finalmente la seconda uscita a nome The Zenith Passage.
La band losangelina, da sempre soggetta a numerosi cambi di formazione, ha rinnovato ancora una volta la propria line-up, con Justin McKinney (ex The Faceless, chitarra, tastiere, cori) unico superstite, raggiunto dal bassista Brandon Griffin (ex The Faceless e musicista live nei Cynic), dal cantante Derek Rydquist (ex The Faceless, John Frum) e dall’altro chitarrista Christopher Beattie (Dreamer).
Cambiano quindi i protagonisti, forse anche in modo eccessivo, ma l’obiettivo rimane invariato: coniugare il death metal più complesso con sonorità più ricercate. A tal proposito, l’inizio è dei migliori, ed un brano come l’opener “The Axiom Of Error” potrebbe essere visto come l’anello di congiunzione tra Obscura e Meshuggah, con un ritmo sincopato ed un assolo che fa molto Thordendal. Come è naturale che sia per un progetto che non teme di risultare ostico all’ascolto, ci sono momenti in cui gli americani si spingono alla ricerca delle soluzioni più ardite, con passaggi vicini al jazz ed alla fusion, esplosioni che puntano al black metal, dissonanze, orchestrazioni, pur riuscendo a mantenere una certa coerenza di fondo grazie alla elevata tecnica strumentale. Curiosa la scelta – non si sa se volontaria – di spezzare la scaletta dell’album in due: i primi cinque pezzi sono quelli più tipicamente death metal, zeppi di riff intricati e cambi di tempo ma comunque ispirati alla tradizione delle band più tecniche del genere (ai nomi già citati si possono aggiungere Necrophagist e Spawn Of Possession), con un pezzo come “Algorithmic Salvation” che spicca per quanto è inaspettatamente diretto, nonostante la laboriosità del lavoro di chitarra; a partire da “Divinertia”, divisa in due parti, prende il sopravvento la sperimentazione, con brani elaborati e stratificati come “Automated Twilight”, nei quali la voce pulita va ad affiancare il growl e sono più frequenti le escursioni in altri generi. A chiudere, la title-track, il brano che rappresenta al meglio questa seconda metà e che si snoda per sette minuti tra rallentamenti, accelerazioni, sussurri e tastiere epiche che vanno a scandire il ritornello. Non si raggiungono mai i picchi di follia degli stessi The Faceless o dei Between The Buried And Me – anche se sprazzi di queste due band sono riconoscibili – poiché, in questi brani, gli schemi sembrano essere più rigidi ed il legame al death metal ancora piuttosto saldo: proprio per questo il disco può piacere a chi va alla ricerca di sonorità innovative come a coloro che non vogliono altro che del sano headbanging.
Un ottimo ritorno, che va a pareggiare le pur alte aspettative, dopo tutto questo tempo passato in naftalina e con una formazione totalmente rinnovata. Speriamo di non dover attendere ancora così a lungo per un nuovo capitolo.
