THEATRE OF TRAGEDY – Velvet Darkness They Fear

Pubblicato il 21/11/2019 da
voto
9.0
  • Band: THEATRE OF TRAGEDY
  • Durata: 00:52:09
  • Disponibile dal: 27/09/1996
  • Etichetta: Massacre Records
  • Distributore: Self

Avevamo già trattato i Theatre Of Tragedy nella rubrica I Bellissimi, recensendo il loro debutto omonimo, pietra miliare e lavoro antesignano del doom-gothic metal a doppia voce, un disco che fin dalla sua pubblicazione (1995) riuscì a creare decine di epigoni ed imitatori, che poi sono andati crescendo nel corso degli anni e della storia del genere.
Pensiamo però che almeno un altro album del combo norvegese meriti un posto d’onore Bellissimo e che, anzi, rappresenti l’assoluto e vero apice compositivo di una formazione che, a partire dal terzo “Aegis”, andò poi sterzando maldestramente verso un ibrido gotico-elettronico assai poco redditizio e convinto, tanto che portò il Teatro di Tragedia allo split-up nel 2010: stiamo parlando ovviamente del secondo full-length, “Velvet Darkness They Fear”, edito nel 1996 dalla Massacre e presentato da una copertina per l’epoca piuttosto azzardata ma tutto sommato elegante, fine e ben sposantesi con il contenuto atmosferico dell’opera; nulla a che vedere, ad esempio, con il grandguignol volgare, dozzinale e grondante vampirismo degli artwork dei Cradle Of Filth, una band che può essere presa come paragone, sebbene solo in senso lato e poco come approccio musicale, ai Theatre Of Tragedy.
“Velvet Darkness They Fear”, infatti, ha il principale merito di ampliare la visione del doom-gothic metal della formazione scandinava rispetto al precedente platter, che, pur mostrando tutti i prodromi del sound del gruppo e del genere, risultava per certi versi un capolavoro sì, ma acerbo. Stupisce, invero, con una distanza di poco più di un anno tra le release dei due dischi, quanto sia forte la maturazione mostrata dai Theatre Of Tragedy: la lineup ha avuto un solo scossone, l’abbandono di uno dei due chitarristi, Pal Bjastad, sostituito dal capace Geir Flikkeid, ma per il resto il fulcro della composizione resta sulle spalle del pianista/tastierista Lorentz Aspen, del chitarrista superstite Tommy Lindal, peraltro all’epoca reduce da un serio problema fisico, del drummer Hein Frode Hansen e del vocalist maschile Raymond I. Rohonyi. Ciliegina sulla torta è ovviamente la soprano Liv Kristine Espenaes, messa decisamente in maggior risalto rispetto al passato, anche grazie alla produzione di Pete ‘Pee Wee’ Coleman (Amorphis, Paradise Lost, Demon, Skyclad), molto più pulita e politically correct di quella impostata da Dan Swano sull’esordio dell’anno prima. In “Velvet Darkness They Fear”, escluso il basso poco influente di Eirik T. Saltro, ogni strumento si ritaglia per bene il suo canale di registrazione, creando un insieme atmosferico e sensoriale ancora oggi unico ed innovativo.
Il disco presenta infatti un mood generale di rara delicatezza e gotica eleganza, pur affrontando temi anche piuttosto arditi, quali la tentazione carnale od il soccombere a desideri mortali, ricercando in continuazione una visionarietà quasi cinematografica, attraverso, oltretutto, l’utilizzo di lyrics impostate a mo’ di piéce teatrali, con personaggi che recitano, solitamente da antagonisti, nel classico inglese shakespeariano dei testi. A livello di emozionalità e coinvolgimento visuale, “Velvet Darkness They Fear” è pari, se non superiore, almeno a tratti, a dischi ben più noti del genere usciti vent’anni fa e oltre: “Like Gods Of The Sun” dei My Dying Bride, “The Silent Enigma” degli Anathema e “Dusk And Her Embrace” dei Cradle Of Filth possono rientrare tra questi esempi, non fosse che però i Theatre Of Tragedy, furbescamente, in questo secondo lavoro strizzano fortemente l’occhio verso il mercato tedesco, con qualche riffone di chitarra semplice e marziale à la Crematory e soprattutto con il pezzo “Der Tanz Der Schatten”, cantato in tedesco e piuttosto orecchiabile, una vera e propria serenata per attirare a sè le campane del prolifico bacino d’utenza germanico.
Pezzi in media più lunghi e più lenti, con un maggiore afflato progressivo e narrante; preziosi arrangiamenti d’archi e un enorme lavoro di ricamo, in praticamente ogni traccia, delle sezioni di pianoforte, tastiere, clavicembalo e organetto; cambi di ritmo sempre ottimamente orchestrati e resi fluidi e organici da una sapiente maestria compositiva; il duo vocale Rohonyi-Espenaes perfetto ad intersecarsi nel profondo, con Raymond interpretante diverse strofe in un pulito mesto, depresso e recitato, atto a calare tutto l’album in una bruma di tristezza imperante: sono questi i tratti salienti del lavoro, che lo allontanano non di poco da “Theatre Of Tragedy”, definendolo quale degno successore pur non avendo, in tracklist, un masterpiece indimenticabile quale “…A Distance There Is…”. E’ difatti piuttosto arduo, a ventitré anni dalla sua pubblicazione e sebbene lo si conosca praticamente a memoria, estrapolare brani singoli da un compendio di canzoni che va assorbito in unica dose, immaginandolo come una sorta di Decamerone byroniano ambientato nel castello della Bestia, ma infinitamente meno sboccato di quello Boccaccesco. Eppur ci preme ricordare come ancora oggi “On Whom The Moon Doth Shine”, “Bring Forth Ye Shadow” e “Fair And ‘Guiling Copesmate Death” ci facciano rabbrividire all’ascolto delle loro affascinanti trame.
Scriviamolo chiaramente, per chiudere questo doveroso omaggio: “Velvet Darkness They Fear” entra di diritto tra i cinque album migliori di sempre del genere, pur se spesso dimenticato. Il voto qui sopra è identico a quello assegnato al suo predecessore, infatti crediamo che i due album si equivalgano, nonostante le profonde diversità e la loro importanza individuale nella scena. Riascoltarli entrambi con regolarità è come andare al Teatro più di gala; non conoscerli è una sconfortante Tragedia cui rimediare in fretta.

TRACKLIST

  1. Velvet Darkness They Fear
  2. Fair And 'Guiling Copesmate Death
  3. Bring Forth Ye Shadow
  4. Seraphic Deviltry
  5. And When He Falleth
  6. Der Tanz Der Schatten
  7. Black As The Devil Painteth
  8. On Whom The Moon Doth Shine
  9. The Masquerader And Phoenix
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