5.5
- Band: THIS GIFT IS A CURSE
- Durata: 00:45:00
- Disponibile dal: 14/06/2019
- Etichetta:
- Season Of Mist
- Distributore: Audioglobe
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Non lasciatevi trarre in inganno. Andate oltre i cappucci indossati nelle foto promozionali, i proclami della label di turno e le rassicurazioni offerte dalla nazionalità svedese del gruppo, il più delle volte sinonimo di metal estremo di alto profilo. Come già dimostrato in occasione dei precedenti “I, Gvilt Bearer” (2012) e “All Hail the Swinelord” (2015), i This Gift Is A Curse si confermano una realtà la cui arroganza compositiva sfocia sistematicamente in un suono tanto caustico quanto trascurabile, incapace di evolversi e/o di offrire una rilettura avvincente di certo black metal contaminato. I cinque musicisti di Stoccolma hanno nei Celeste, negli Hexis e nei nostrani The Secret i loro principali punti di riferimento, e proprio come gli autori degli acclamati “Morte(s) Nee(s)” e “Solve et Coagula” amano innervare il loro metallo nero con un feeling inquieto e disturbante preso in prestito da alcune derive del filone sludge/hardcore. Una formula che, per quanto ormai abusata a livello underground, è sicuramente in grado di offrire spunti suggestivi, a patto ovviamente di essere maneggiata con elasticità e ingegno. Nulla di tutto ciò si verifica nei solchi del nuovo “A Throne of Ash”, opera che – come tristemente annunciato dal titolo – si contraddistingue per delle fondamenta e una struttura alquanto precarie. Nove brani in cui la confusione e la noia viaggiano di pari passo con le lancinanti scariche di blast beat dell’apparato ritmico e lo screaming spaccatimpani del frontman, acuite da un guitar work fondamentalmente immutabile. A tratti indistinguibili i riff, pressoché inesistente la melodia, ridotte ai minimi termini le variazioni… per buona parte della tracklist, i This Gift Is A Curse si lanciano in una corsa a perdifiato che confonde il caos fine a sé stesso con la ferocia, il rumorismo con l’atmosfera, risollevandosi giusto in tempo per la conclusiva “Wormwood Star”, più varia e ritmata. Uno sforzo che ovviamente non può bastare a salvarne l’operato.
