THIS GIFT IS A CURSE – Heir

Pubblicato il 03/03/2025 da
voto
7.0

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Se fino a qualche tempo fa ci avessero chiesto di riassumere la proposta dei This Gift Is A Curse in un paio di aggettivi, avremmo quasi sicuramente optato per ‘caotica’ e ‘superflua’, oltre che ‘sopravvalutata’ in virtù di un contratto con una label del calibro della Season of Mist.
Un suono che, nell’arco di tre dischi, non era praticamente mai riuscito a brillare nel firmamento della corrente black/hardcore/sludge esplosa a livello underground attorno al 2010, in concomitanza di quei “Misanthrope(s) e “Solve et Coagula” pubblicati da Celeste e The Secret, e che anzi, al contrario, ne rappresentava il volto più asfittico e ridondante, fra una personalità assente e una scrittura incapace di amalgamare con efficacia e coerenza gli spunti al suo interno.
Insomma, alla luce di quanto detto, non si può dire che avessimo esultato all’annuncio di questo “Heir”, opera rilasciata a ben sei anni di distanza dal precedente “Throne of Ash”: invece – una volta tanto – ecco che il risultato finale riesce a sorprenderci, pur mantenendo qualche aspetto da perfezionare e limare. Dieci brani capaci, in un saliscendi di sfuriate esasperanti e digressioni ipnotiche, di riconsegnarci il gruppo svedese in una veste mai così lucida e ordinata, forte di un songwriting al cui interno è finalmente possibile apprezzare il valore delle dinamiche e dei riff, senza l’impressione che la musica proceda a casaccio verso l’autodistruzione.
Rimasta invariata la formula, ciò che cambia nel 2025 è quindi la capacità dei TGIAC di convogliare le idee in un flusso sì derivativo e legato indissolubilmente agli insegnamenti dei maestri italiani e francesi, ma sapendosi almeno muovere con accortezza fra le tenebre del filone, ricorrendo alla melodia (in chiave apocalittica, ovviamente) e a giochi di pieno/vuoto di derivazione post-metal per evitare l’effetto mattone dei vecchi lavori, i quali non concedevano praticamente appigli da un punto di vista ritmico e chitarristico.
Un’inversione di tendenza rappresentata egregiamente dalla violenta opener “Kingdom”, dall’ossessiva “No Sun, Nor Moon” e dalla ritualistica “Void Bringer” (insieme alla conclusiva “Ascension”, l’episodio migliore del lotto), a cui va però detto che si accompagna una tendenza alla prolissità e alla dilatazione delle trame che – specialmente nella parte centrale dell’opera – continua a rendere l’ascolto un tour de force in grado di affaticare anche il fan più avvezzo a certe crudezze.
D’altronde, con oltre sessanta minuti di musica sul piatto, il calo del focus era un rischio concreto, e il quintetto di Stoccolma non riesce del tutto a scansarlo, sebbene la sua crescita in termini di performance (inclusa quella del frontman Jonas A. Holmberg) e scrittura sia evidente.
Certo, con un’asciugatura o l’eliminazione di qualche pezzo superfluo (vedasi l’atmosferica “Cosmic Void”) il voto in calce avrebbe anche potuto essere superiore, ma a fronte di quanto propinatoci in passato dalla band non staremmo troppo a lamentarci o a vivere di ‘se’. Nel suo genere, “Heir” è un disco che fa il suo dovere piuttosto bene.

TRACKLIST

  1. Kingdom
  2. No Sun, Nor Moon
  3. Void Bringer
  4. Death Maker
  5. Passing
  6. Seers of No Light
  7. Cosmic Voice
  8. Vow Sayer
  9. Old Space
  10. Ascension
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