7.0
- Band: THIS GIFT IS A CURSE
- Durata: 01:06:42
- Disponibile dal: 07/03/2025
- Etichetta:
- Season Of Mist
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Se fino a qualche tempo fa ci avessero chiesto di riassumere la proposta dei This Gift Is A Curse in un paio di aggettivi, avremmo quasi sicuramente optato per ‘caotica’ e ‘superflua’, oltre che ‘sopravvalutata’ in virtù di un contratto con una label del calibro della Season of Mist.
Un suono che, nell’arco di tre dischi, non era praticamente mai riuscito a brillare nel firmamento della corrente black/hardcore/sludge esplosa a livello underground attorno al 2010, in concomitanza di quei “Misanthrope(s) e “Solve et Coagula” pubblicati da Celeste e The Secret, e che anzi, al contrario, ne rappresentava il volto più asfittico e ridondante, fra una personalità assente e una scrittura incapace di amalgamare con efficacia e coerenza gli spunti al suo interno.
Insomma, alla luce di quanto detto, non si può dire che avessimo esultato all’annuncio di questo “Heir”, opera rilasciata a ben sei anni di distanza dal precedente “Throne of Ash”: invece – una volta tanto – ecco che il risultato finale riesce a sorprenderci, pur mantenendo qualche aspetto da perfezionare e limare. Dieci brani capaci, in un saliscendi di sfuriate esasperanti e digressioni ipnotiche, di riconsegnarci il gruppo svedese in una veste mai così lucida e ordinata, forte di un songwriting al cui interno è finalmente possibile apprezzare il valore delle dinamiche e dei riff, senza l’impressione che la musica proceda a casaccio verso l’autodistruzione.
Rimasta invariata la formula, ciò che cambia nel 2025 è quindi la capacità dei TGIAC di convogliare le idee in un flusso sì derivativo e legato indissolubilmente agli insegnamenti dei maestri italiani e francesi, ma sapendosi almeno muovere con accortezza fra le tenebre del filone, ricorrendo alla melodia (in chiave apocalittica, ovviamente) e a giochi di pieno/vuoto di derivazione post-metal per evitare l’effetto mattone dei vecchi lavori, i quali non concedevano praticamente appigli da un punto di vista ritmico e chitarristico.
Un’inversione di tendenza rappresentata egregiamente dalla violenta opener “Kingdom”, dall’ossessiva “No Sun, Nor Moon” e dalla ritualistica “Void Bringer” (insieme alla conclusiva “Ascension”, l’episodio migliore del lotto), a cui va però detto che si accompagna una tendenza alla prolissità e alla dilatazione delle trame che – specialmente nella parte centrale dell’opera – continua a rendere l’ascolto un tour de force in grado di affaticare anche il fan più avvezzo a certe crudezze.
D’altronde, con oltre sessanta minuti di musica sul piatto, il calo del focus era un rischio concreto, e il quintetto di Stoccolma non riesce del tutto a scansarlo, sebbene la sua crescita in termini di performance (inclusa quella del frontman Jonas A. Holmberg) e scrittura sia evidente.
Certo, con un’asciugatura o l’eliminazione di qualche pezzo superfluo (vedasi l’atmosferica “Cosmic Void”) il voto in calce avrebbe anche potuto essere superiore, ma a fronte di quanto propinatoci in passato dalla band non staremmo troppo a lamentarci o a vivere di ‘se’. Nel suo genere, “Heir” è un disco che fa il suo dovere piuttosto bene.
