THY CATAFALQUE – Sgùrr

Pubblicato il 13/10/2015 da
voto
8.0
  • Band: THY CATAFALQUE
  • Durata: 00:51:37
  • Disponibile dal: 16/10/2015
  • Etichetta: Season Of Mist
  • Distributore: Audioglobe

Ci ricordavamo molto bene l’impressione positiva che ci avevano lasciato i Thy Catafalque, one man band ungherese che aveva dato alle stampe un buonissimo disco, “Rengeteg”, che nel corso di questi anni ha risuonato ancora varie volte nelle nostre casse, suscitando sempre vibrazioni positive e dunque reggendo anche alla prova del tempo. Tamás Kátai, mente pensante e braccia suonanti del progetto Thy Catafalque, è tornato a farsi sentire con un album nuovo di zecca a quattro anni di distanza. Ci sembra doveroso, prima di inziare la disamina di questo platter, fare un brevissimo passo indietro per descrivere brevemente le sonorità di “Rengeteg”: un disco ricco di sonorità molto intriganti, talvolta folkloristiche, spesso infarcito di belle ritmiche corpose e martellanti, ricche di groove ma senza lasciare in secondo piano un gusto melodico molto personale e vagamente mediorientale, specie per quel che riguarda le linee vocali e l’uso di archi. Abbiamo fatto questa introduzione più lunga del solito per far capire soprattutto quanto oggi sia cambiato il suono dei Thy Catafalque, che ha preso una deriva più ‘tradizionalmente’ – le virgolette sono d’obbligo – avant-garde metal. Ora è giunto il momento di addentrarci gradualmente alla scoperta di questo album. La prima cosa che salta all’attenzione sin dai primissimi ascolti, forse persino dalle primissime note, è quanto e come il suono sia cambiato in maniera profonda e radicale: niente più riff pieni di groove, niente suono bombastico ma piuttosto una decisa sterzata verso atmosfere, ritmiche e campionature elettroniche, innesti di tastiere talvolta vagamente anni Settanta, chitarre molto meno costantemente in primo piano e soprattutto con un suono secco, freddo, quasi invernale. I primi due brani sono fondamentalmente una lunga introduzione al primo pezzo più articolato di “Sguùrr”, parliamo di “Oldódó Formák A Halál Titokzatos Birodalmában” con i suoi quindici minuti in cui spazia tra ritmiche industrial serratissime e batterie campionate, cambi di atmosfera spaziali, e richiami alla Solefald, toccando poi sonorità decisamente più allungate ed eteree con digressioni nemmeno troppo lontane a certe atmosfere post rock, alla Tides From Nebula o Godspeed You! Black Emperor. L’episodio successivo, “A Hajnal Kék Kapuja” è fondamentalmente una sorta di intermezzo strumentale come ad introdurre l’ascoltatore alla seconda parte dell’album, quella più feroce ed efferata. Se “Élo Lény” è il brano più folkloristico, vanta anche probabilmente uno dei passaggi meglio riusciti dell’intero disco (un riff incalzante verso la parte finale della canzone di una potenza quasi Panteriana), con il proseguo della tracklist assistiamo ad un vero e proprio assalto sonoro e ad un ritorno alle sonorità black metal primordiali di inizio carriera. “Jura” è solo un breve assaggio, una scheggia impazzita di black metal che ci lancia verso la stupenda cavalcata che prende il nome “Sgùrr Eilde Mòr”: sedici minuti di martellamento sonoro, riff e atmosfere black metal affilatissime, rallentamenti epocali, muri di suono eretti con una disinvoltura magistrale, e poi urla schizofreniche, scariche di doppia gran cassa terremotanti, ripartenze in salsa Immortal, tastiere talvolta malefiche, talvolta sgargianti, campionature e synth piazzate ad arricchire ulteriormente un suono già di per sè pieno e pregno di contaminazioni. A parere di chi scrive questo è probabilmente il pezzo più coinvolgente ascoltato fino ad ora nel 2015, compresi i minuti finali di interferenze, che ci hanno portato alla mente i Sunn o))). “Keringo” invece è chiusura e decompressione, come a voler accompagnare di nuovo l’ascoltatore verso una dimensione ultraterrena più positiva e meno opprimente, un brano di nuovo dal gusto post rock, ma dalle tinte cangianti che volendo non sfigurerebbe in una playlist tra Mogwai, Red Sparowes e God Is An Astronaut. Certamente, se torniamo volgere lo sguardo verso il passato, non si può evitare di sottolineare la mancanza di linee vocali melodiche, Tamás Kátai ha abbandonato quasi completamente il microfono se non per urlarci dentro, pertanto le parti cantate in pulito, e anche un po’ la forma canzone più tradizionale dei brani, si è andata via via dissolvendo per far assumere ai brani una sorta di effetto flusso di coscienza. Quindi spazio a intermittenze vocali, parti recitate o parlate, ma zero ritornelli, zero strofe, in verità non sappiamo nemmeno se ci sono dei veri e propri testi. “Sgùrr” assume quindi in tutto e per tutto i connotati di un emblematico e ardito viaggio verso un mondo completamente differente rispetto al passato, molto più ostico ed introverso, più enigmatico (come ci suggerisce anche la stessa copertina), quasi impenetrabile sotto certi punti di vista ma comunque assolutamente accessibile a tutti gli ascoltatori dotati di apertura mentale e amanti delle sonorità più contaminate. Ovviamente parliamo di un lavoro confezionato in maniera impeccabile, suonato divinamente bene, specie se si pensa alla diversità stilistica rispetto al suo predecessore. Ci sono passaggi strumentali di una finezza, di un dinamismo, di una fluidità, di una genialità che non possono passare inosservati ad un ascoltatore appassionato ed attento. Un ‘must have’, insomma, non fatevelo scappare!

TRACKLIST

  1. Zúgó
  2. Alföldi Kozmosz
  3. Oldódó Formák A Halál Titokzatos Birodalmában
  4. A Hajnal Kék Kapuja
  5. Élő Lény
  6. Jura
  7. Sgùrr Eilde Mòr
  8. Keringő
  9. Zúgó
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