TIAMAT – Clouds

Pubblicato il 22/01/2024 da
voto
8.5
  • Band: TIAMAT
  • Durata: 00:39:27
  • Disponibile dal: 01/09/1992
  • Etichetta:
  • Century Media Records

Spotify:

Apple Music:

Ci sono band che è facile identificare con un singolo album, poiché quello è il più rappresentativo della loro carriera, ed altre che, al contrario, sono in evoluzione continua pur non perdendo mai le loro caratteristiche distintive e, per questo motivo, pubblicano opere tra loro differenti e che dividono le preferenze dei fan. I Tiamat appartengono sicuramente alla seconda schiera, poiché ognuno dei loro lavori sembra fare storia a sé, e “Clouds” è la più sfuggente tra le loro creature, forse non acclamata come altri loro lavori ma nel cuore di chi ha vissuto quell’epoca e l’ha compresa a fondo.
Per inquadrare il periodo storico in cui il disco è nato, giova ricordare che stiamo parlando del 1992, epoca di forte fermento in ambito metal, con i Paradise Lost che, solo un anno prima, avevano pubblicato il loro manifesto, “Gothic”, e già stavano cambiando pelle con “Shades Of God”, mentre gli Anathema erano alle prese con “Crestfallen”, i My Dying Bride con “As The Flower Withers” ed i Katatonia con i loro demo d’esordio: tutti gruppi che, come i Tiamat, non resteranno mai fermi sulle loro posizioni iniziali, arrivando ai giorni nostri attraverso percorsi tortuosi e differenti tra loro.
Chiuso tra il melodic death metal piuttosto aspro di “Astral Sleep” e il gothic metal dalle tinte psichedeliche di “Wildhoney” (considerato da molti il vero capolavoro della band), “Clouds” contiene l’eredità di ciò che è stato ed i prodromi di quello che sarà, senza però essere legato in modo ferreo né al passato né al futuro. Le radici sono da ritrovare in un death metal primitivo, un suono rozzo che proviene dalle esperienze precedenti e dall’esordio come Treblinka e, considerando il momento, è inevitabile che si sentano echi dei Celtic Frost, ma la vera novità è l’introduzione massiccia di elementi doom che, insieme a qualche parte dilatata, vanno a creare un’atmosfera malsana e carica di tensione; l’aggiunta di un tappeto di cupe tastiere e la voce disperata di Johan Edlund contribuiscono in modo determinante a rendere l’aria ancora più densa e pesante. Il cantante, leader della band e protagonista indiscusso con la sua personalità ed i suoi eccessi, si produce in una prestazione non immune da difetti, con un cantato a tratti monocorde e tecnicamente eccepibile, ma allo stesso tempo talmente intenso da risultare uno dei punti di forza del disco. Una certa semplicità, a livello musicale ma anche per quanto riguarda i testi, filtrata attraverso l’esperienza di un ascoltatore odierno, potrebbe apparire come ingenuità giovanile, ma è parte integrante del fascino sprigionato da questi brani, magari non i più maturi prodotti negli anni dagli svedesi ma che sicuramente contengono molti picchi a livello emozionale, soprattutto perché tutte le componenti del loro suono raggiungono un punto di equilibrio fragile quanto affascinante.
Otto pezzi intrisi di un romanticismo oscuro, nei quali paradossalmente anche le imperfezioni diventano risorse, come la voce, di cui abbiamo già parlato, o l’omogeneità di atmosfere che, invece di affossare l’attenzione di chi ascolta, aiuta ad immergersi in un mondo fatto di oscurità ma anche di estrema bellezza. Da rimarcare l’impronta lasciata in fase di produzione da Waldemar Sorychta, che a quei tempi collaborava con Moonspell, Lacuna Coil, Therion, Sentenced, Samael, in pratica il meglio di questo genere, e che, tre anni più tardi, riceverà diversi riconoscimenti per il suo lavoro su “Wildhoney”.
Il viaggio comincia con “In A Dream”, una canzone che, fin dal titolo, sembra programmatica: tutto, dal suono sinistro delle tastiere che giocano con la chitarra acustica, alla voce che ripete il titolo in modo ossessivo, ha un effetto onirico, ed un testo pieno di angoscia è l’ideale compimento di un pezzo che anticipa alla perfezione ciò che verrà. Con la title-track ci si addentra in territori più marcatamente gotici; il numero di giri si alza e Edlund sfodera una prova più grintosa ed urlata, rendendo la musica concreta e possente, con un assolo centrale notevole. Il tema trattato da “Smell Of Incense” è la morte, percepita attraverso il suo odore, che gli svedesi riescono a ricreare con un muro di suono debitore in modo evidente della già citata band di Tom G. Warrior, tra riff semplici ma affilati ed una batteria che viaggia ad alta velocità. La prima parte si chiude con “A Caress Of Stars”, caratterizzata da un lavoro di chitarra raffinato e più complesso della media del disco e da una voce ora declamata ed ora sussurrata, tanto da far pensare che non avrebbe sfigurato su “Wildhoney”. Con “The Sleeping Beauty” ci troviamo di fronte ad uno degli apici di “Clouds” e, forse, dell’intera discografia dei Tiamat: un arpeggio iniziale che ricorda i primi Metallica, un’accelerazione improvvisa, un ritornello tetro ed esasperante, un rallentamento ed una nuova ripresa, un cantato drammatico e solenne, tutto funziona alla perfezione ed è difficile riprendersi dopo i quattro minuti più stordenti di tutto l’album. “Forever Burning Flames” è una canzone cupa, funerea, il momento più vicino al death metal, con la sei corde che sciorina riff di matrice svedese incastonati tra i suoni gotici delle tastiere. Ci si avvia alla conclusione con “The Scapegoat”, altro brano piuttosto sostenuto ma con parecchi cambi di ritmo e, soprattutto, con una melodia ‘allegra’ che si staglia su uno sfondo così cupo da rendere l’effetto surreale. La chiusura è affidata al pezzo più lungo, “Undressed”, l’impressionante cronaca di un suicidio per amore (“The girl opened her heart / I opened a door to another world“), che termina con un battito del cuore che rallenta fino a sfumare in una coda psichedelica e dal sapore ultraterreno.
Molti lo definiscono un disco di transizione, il trampolino di lancio verso una carriera che, anche se non immune da qualche passo falso, ha raggiunto ben altri traguardi. Eppure, spesso proprio i cosiddetti dischi di transizione sono in realtà dei tesori ben nascosti, che solo con il tempo vengono apprezzati per quello che è il loro valore reale: “Clouds” rientra esattamente in questa categoria.

TRACKLIST

  1. In A Dream
  2. Clouds
  3. Smell Of Incense
  4. A Caress Of Stars
  5. The Sleeping Beauty
  6. Forever Burning Flames
  7. The Scapegoat
  8. Undressed
0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.