4.0
- Band: TIGERTAILZ
- Durata: 00:21:59
- Disponibile dal: 22/10/2013
- Etichetta:
- Scarlet Records
- Distributore: Audioglobe
A sei anni di distanza dalla prematura scomparsa dello storico bassista Pepsi Tate (all’anagrafe Hugh Justin Smith), i Tigertailz tornano a far parlar di sé con “Knives”, un EP che rappresenta un test allo scopo di vagliare il potenziale interesse nei loro confronti. La band gallese può essere considerata come una delle tante meteore che hanno solcato il saturo e colorato universo glam alla fine degli anni Ottanta, riuscendo peraltro ad ottenere cinque minuti di insperata gloria nelle classifiche del Regno Unito con “Bezerk”. Inevitabilmente inghiottiti dal terremoto grunge, i Nostri hanno pubblicato un paio di lavori accolti nella quasi totale indifferenza di un pubblico orientato altrove, evento che ha azzerato le risicate speranze di resistere alla mostruosa forza d’urto proveniente da Seattle. Al contempo non va sottovalutata l’instabilità della line up, che ha favorito così nel tempo un’incredibile girandola di personaggi che hanno militato nella band (compresa una reunion “alternativa” a nome Tigertailz celebrata dal primo cantante Steevi Jaimz, presto naufragata da un’azione legale intrapresa da Tate & C.). Il team attuale comprende il chitarrista Jay Pepper, il bassista Rob Wylde, il batterista Matthew Blakout ed il cantante Jules Millis, il quale tenta di emulare, con risultati francamente sconfortanti, lo stile vocale di Brett Michaels (Poison). Alla luce di quanto sopra descritto, ci tocca constatare con una buona dose di amarezza che “Knives” contiene cinque tracce sorprendentemente brutte, rovinosamente rivestite da un songwriting poco ispirato ed incredibilmente scolastico. “Shoe Collector” è un ciondolante anthem che si trascina stancamente per cinque minuti abbondanti, oltremodo avvilito da un chorus ridondante e stucchevole. Vi raccomandiamo di dare un’occhiata anche allo squallido videoclip promozionale, abbrutito da una serie di immagini che ricalcano i peggiori cliché del genere. “One Life” avrebbe potuto (almeno sulla carta) essere una notevole power ballad, ma le buone intuizioni profuse nella prima parte del brano vengono vanificate da un ritornello infarcito da un multistrato di coretti leziosi e pedanti. Le cose vanno leggermente meglio quando i Nostri non esitano a schiacciare il pedale dell’acceleratore su “Bite The Hand”, ma le nostre speranze vengono presto affogate in un mare di mediocri citazioni ‘poisoniane’ con “Spit It Out”. Ma il peggio deve ancora arrivare, in quanto la scatenata “Punched In The Gutz” sembra interpretata da un gruppo di focose cheerleader provenienti da una high school di periferia. Citando il pensiero di uno stimato amico, vi consigliamo caldamente di regalare questo EP a Natale a chi vi sta letteralmente sulle palle. Risultato garantito.
