10.0
- Band: TODAY IS THE DAY
- Durata: 02:33:04
- Disponibile dal: 03/09/2002
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
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Nel 2002 Steve Austin era già un musicista pienamente realizzato. Pienamente. Ha una band di grindcore evoluto che sta al top della scena, i Today Is The Day appunto, con i quali ha già pubblicato cinque album splendidi; é uno scopritore di talenti riconosciuto (Lamb Of God, Converge e molti altri), un produttore già piuttosto richiesto sia in ambito metal che hardcore. Nel 2002 Steve Austin ha già uno status tale che in molti al suo posto pagherebbero per avere. Eppure é proprio in quell’anno che i Today Is The Day danno alla luce l’allucinante “Sadness Will Prevail”, che ad oggi é ancora apice di una carriera incredibile e diremmo addirittura di una scena – quella noisecore, se ci passate il termine – che ha finalmente trovato il proprio “Sgt. Pepper”. Il lavoro é un mastodonte insostenibile, agghiacciante, disturbante, snervante, fuori da ogni logica commerciale e rischiosissimo anche artisticamente. Eppure stupendo. “Sadness Will Prevail” é il suicidio messo in musica, il parto abortito di una mente superiore, é Trent Reznor sotto metanfetamina, é dissoluzione pura, paranoia, annebbiamento dei sensi, paralisi e poi morte. Dolorosa, ineluttabile. Austin racchiude il peggio di sé in un mostro sonoro di due ore e mezza: tutto ciò che non ha trovato spazio nei Today Is The Day fino a quel momento e che mai più ne troverà in futuro viene evacuato in “Sadness Will Prevail”. Ad aiutare e a sostenere il mastermind in questa impresa improba, troviamo il bassista Chris Debari e il drummer Marshall Kilpatrick, nonché una pletora di ospiti deluxe, comprendenti Kris Force e e Jackie Gratz (già al lavoro con i Neurosis), Mark Morton dei Lamb Of God e i folli Seth Putnam (Anal Cunt) e Wrest (Leviathan). Due cd, X e Y, dove musica e rumore, austerità e sperimentalismo trovano la loro sublimazione ed il loro punto d’incontro. Trentadue brani che presi singolarmente non possono dire nulla, ma che ascoltati consecutivamente generano smarrimento e perfino disgusto. Grindcore, noise, hardcore, psichedelia durissima, sludge, dark gothic: tutto si fonde nel lavoro e perde la propria identità, uscendone però rafforzato. I campionamenti di Austin e Wrest punteggiano e guidano lo scempio sonoro, caratterizzando fortemente i vari brani; la sezione ritmica é un impressionante muro di nonsense, le chitarre fanno sembrare gli Unsane delle educande. Tutto é volto a fare male, dall’iniziale “Maggots And Riots”, passando per le false sinuosità di “Death Requiem” ed arrivando alla pazzesca “Never Answer The Phone”. Tutto é spigolo appuntito, scheggia di vetro, frammenti di bombe a grappolo. Tutto sanguina e tutto muore, senza speranza. La tristezza prevarrà. Non c’é più nulla da dire, la recensione andava necessariamente fatta in maniera volutamente visionaria, senza dettagliare. Come si fa d’altronde a spiegare asetticamente un capolavoro nichilista ed anarchico di due ore e trenta, sapendo che il suo ascolto ha fatto nascere una miriade di band e – per fortuna – ne ha fatte morire altrettante? Ascoltate, se ne avete il coraggio.
