6.0
- Band: TOXAEMIA
- Durata: 00:38:56
- Disponibile dal: 20/11/2020
- Etichetta:
- Emanzipation Productions
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Una reunion ormai non si nega a nessuno, nemmeno fra le cosiddette meteore del più profondo underground, quindi non ci stupiamo nel ritrovarci fra le mani il primo full-length dei Toxaemia a distanza di ‘soli’ trentuno anni dalla loro fondazione. La death metal band svedese confezionò soltanto un paio di demo prima di sparire dai radar, ma il revival old school che ha preso piede nell’ultimo decennio deve evidentemente avere stuzzicato non poco la fantasia di questi musicisti, i quali, riattivatisi nel 2017, giungono ora al traguardo del vero e proprio debut album, tra curiosità e comprensibile scetticismo. “Where Paths Divide”, in effetti, viene presentato come il ritorno di chissà quale colonna della scena death metal svedese, quando, in realtà, nella loro breve carriera, i Toxaemia realizzarono solo un lavoro davvero interessante, ovvero l’EP “Beyond the Realm” (1991). Davanti a questo primo full qualcuno vorrebbe magari ricorrere a espressioni come “comeback di una leggenda”, “cult band”, ecc, ma l’ascolto dei brani non corrisponde esattamente a un insperato incontro con dei vecchi amici, di quelli che sanno parlare al cuore e con i quali non si ha bisogno di molte parole per comprendersi reciprocamente. È passato tanto tempo dagli esordi, i Toxaemia non hanno appunto mai avuto lo stesso status di Grave o Dismember e difatti “Where Paths Divide” mostra, anche comprensibilmente, della ruggine negli ingranaggi di un gruppo che è rimasto fermo per decenni e che pure dalla reunion ha subito un certo rinnovamento a livello di line-up.
L’atmosfera generale è indubbiamente vintage, tuttavia i vari episodi non giocano subito la carta della fedeltà alle origini, svelando anzi diversi tipi di indole e di registro. Si spazia da brani in linea con il materiale di una volta a spunti tipicamente eighties e vicini al thrash, passando persino per qualche apertura non lontana anni luce da primitive formule melodic death metal. La varietà stilistica non si traduce comunque in una tracklist particolarmente dinamica ed esaltante: l’ascolto, al contrario, non si eleva spesso dalla famigerata categoria del ‘discreto’ e suggerisce come questi ‘veterani’ siano paradossalmente ancora un po’ acerbi come band. La vaga incertezza a livello stilistico e qualche ingenuità di troppo nei riff ricordano in un certo senso quanto espresso da una band come i Memoriam sui primi due album: anche in questo caso, ci troviamo al cospetto di una realtà volenterosa, ma che deve lavorare ancora un po’ per trovare la cosiddetta amalgama. Non a caso, i pezzi migliori del lotto sono “Buried to Rot” e “Hate Within”, entrambi recuperati dal repertorio degli inizi. Un disco onesto, ma che sa un po’ di avventato e di irrisolto.
