7.5
- Band: TRIVAX
- Durata: 00:42:28
- Disponibile dal: 30/05/2025
- Etichetta:
- Osmose Productions
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Partiti dalla scena underground iraniana per poi radicarsi nel Regno Unito – precisamente a Birmingham – i Trivax sono una formazione che ha fatto della contaminazione il proprio naturale marchio di fabbrica.
“The Great Satan”, terzo full-length e primo su Osmose Productions, è un disco che affonda le radici nel black metal moderno ma che non disdegna aperture verso lidi heavy (sentite “Lawless Eternal…” e la sua progressione di metà brano), groove e non di meno thrash (alcuni guizzi di “Here Comes The Flood”), con più di un passaggio che potrebbe far pensare a certe cose dei Behemoth, Rotting Christ, con un mood e una musicalità innata che ricorda l’epica dei Primordial.
Il cuore dell’album batte, particolarmente, nel modo in cui la band riesce a intrecciare elementi mediorientali – non solo nei suoni ma anche nella struttura ritmica e melodica dei brani, e non di meno dei testi – all’interno di un impianto extreme metal piuttosto convincente: non parliamo di semplici inserti esotici messi lì per fare colore, la matrice culturale e politica della band è parte integrante della scrittura, e lo si percepisce in modo chiaro sin dalla copertina, che ritrae l’ayatollah Khomeini – argomento che, assieme al metal e alla denuncia sociale delle liriche, in Iran (paese di origine di Shayan – chitarra, voce e mente del progetto) si tenderebbe a toccare con delicatezza per evitare problemi politici e religiosi.
Brani come “Operation Ramadan” mostrano bene la cifra stilistica del progetto, che non è solo immagine e peculiarità e, anzi, ha una bella ossatura musicale: otto minuti che alternano midtempo solenni, passaggi ritualistici e accelerazioni furiose, con una costruzione molto più articolata di quanto ci si aspetterebbe da un gruppo black metal tout court, con molta melodia ed epicità.
Manca ancora un po’ di personalità, forse, per fare il salto di qualità in termini di autorevolezza: alcuni passaggi risultano un po’ forzati nella loro ambizione sincretica, e la produzione, seppur potente, tende talvolta a riportare un suono un po’ più lineare di quanto ci piacerebbe, appiattendo alcuni passaggi che magari sarebbero risultati maggiormente evocativi con un po’ di maggiore ruvidezza.
Un altro difetto, se vogliamo chiamarlo così, è una certa somiglianza con alcuni nomi che magari hanno ispirato la band, generando momenti anche interessanti ma che suonano già sentiti (“Daemon’s Melancholia”, dove sentiamo anche un po’ di voce pulita, in alcuni momenti sembra uscita da un disco degli ultimi Tribulation, o la citata “Operation Ramadan” ricorda i Mgla in alcuni passaggi).
Insomma, forse non è un capolavoro, ma parliamo comunque di un disco che merita un po’ della vostra attenzione, soprattutto per il contesto da cui nasce e per la volontà di cercare una voce propria nel marasma del metal estremo contemporaneo, nel quale sicuramente l’opera spicca.
Un disco solido, coraggioso e a tratti davvero ispirato. Non è poco.
