6.5
- Band: TUNGSTEN
- Durata: 00:44:04
- Disponibile dal: 20/09/2019
- Etichetta:
- Arising Empire
- Distributore: Warner Bros
Un padre che chiede ai figli di formare una band per poter dar voce al valido materiale da loro composto: ebbene sì, sembra la trama di una simpatica, e dai toni scontati, commedia familiare ma in realtà si tratta della storia di questa nuova band composta infatti dall’ex batterista di Hammerfall e Malmsteen (tra gli altri) Anders Johansson, dai due figli Karl e Nick – rispettivamente alla sei corde il primo ed al basso ed ai synth l’altro – e completando con Mike Andersson alla voce (ex Planet Alliance, Fullforce) la line-up. “We Will Rise”, come la trama del film paragonato sopra, ha la parvenza di un disco scontato partendo già dalla copertina, ma dandogli ripetuti ascolti si può rimanere piacevolmente sorpresi: il genere proposto è un power/heavy fortemente contaminato da sonorità moderne legate indissolubilmente alla cultura folk nordeuropea, come possiamo sentire nei giri di synth in “Faires Dance” oppure leggendo alcuni testi. La miscela di suoni proposti è decisamente eterogenea eppure i brani scorrono fluidamente grazie alla ricerca costante di ritornelli ariosi e catchy che, uniti all’ottima prova del vocalist (in grado di modellare timbro e linee vocali in maniera versatile per poter dare il giusto tiro ed interpretazione ad ogni brano) donano grinta e dinamismo alle dodici tracce. A tratti una sorta d’impronta paterna si sente – come nella hammerfalliana “Remember” – altre volte invece i Tungsten scrivono con un approccio che ci ha ricordato i Saint Daemon di “In Sahdow Lost From The Brave”, ovvero molto diretti ma mai eccessivamente banali. Quindi le caratteristiche fondamentali di questo lavoro sono la coesistenza di sonorità fluide, chitarroni spessi e ruvidi mischiati a dei synth, in un continuo oscillare tra modernità e classicismo. Brani come la titletrack o “It Ain’t Over” si prestano molto alla resa live e meritano più di un ascolto, anche perché se ai primi giri nel lettore la tracklist potrebbe sembrare facilona e scanzonata si possono apprezzare invece, col passare degli ascolti, la perizia e la cura dedicata al lavoro (torna alla mente subito la sezione di fiati in “Sweet Vendetta”). Un disco pieno di midtempo controversi nella loro altalena tra sacro e profano, ma che nel complesso non mostra veri punti deboli: certamente un lavoro riuscito.
