8.0
- Band: TURNSTILE
- Durata: 00:45:14
- Disponibile dal: 06/06/2025
- Etichetta:
- Roadrunner Records
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In un momento storico ricco di hype per la musica hardcore anche a livello mainstream, il caso dei Turnstile merita comunque un approfondimento a parte. Là dove molti dei nomi più in vista – dai lanciatissimi Knocked Loose agli altrettanto incensati Malevolence, passando per i Darko o i Thrown – si fanno notare per contaminazioni più o meno spinte, al contrario il quintetto di Baltimora ha saputo trovare, dopo i comunque promettenti “Nonstop Feeling” e “Time & Space”, la formula vincente con il precedente “Glow On”, terzo disco che arricchiva la base hc di diverse sfumature (dream pop, shoegaze, alternative, funk…) creando di fatto una sorta di sottogenere tutto loro (chill-core?) come solo i gruppi seminali sanno fare.
Naturale quindi che “Never Enough” si muovesse, a partire dalla copertina magrittiana, in piena continuità con il fortunato precessore: la title-track in apertura, con la consueta mescolanza di synth hyperpop e rullate hardcore, ci riporta a quattro anni fa come una sorta di “MYSTERY” 2.0, ma giudicare l’album azzurro come la B-side di quello rosa sarebbe quantomai ingeneroso oltreché sbagliato, visto l’ulteriore allargamento della palette sonora operato Brendan Yates e soci (nel frattempo rimasti orfani del chitarrista Brady Ebert, sostituito da Meg Mills).
Là dove “SOLE”, con il suo riff di apertura degno dei migliori Pennywise, ricorda a tutti le radici punk della band, da qui in poi cominciano le sorprese: se le tastiere rock-new wave di “I CARE” ricordano i Police di “Reggatta de Blanc”, ancora più divertente risulta la fusion Tex-Mex di “DREAMING”, con il sound hardcore della West Coast mischiato a trombe e sax in stile mariachi. Non da meno sono i pezzi più corti, siano essi schegge dreampop (“LIGHT DESIGN”, “CEILING”) o granite hardcore al gusto frutta (“DULL”); menzione a parte per il fungo atomico di “SUNSHOWER”, bomba hardcore carica di coriandoli colorati destinata ad incendiare le feste sulla spiaggia e l’estate festivaliera.
Paradossalmente i singoli finora rilasciati risultano la parte più debole dell’album: “LOOK OUT FOR ME” si fa apprezzare per un riff morelliano ma la tira troppo per le lunghe con una coda elettronica che non decolla, così come “SEEIN’ STARS” e “BIRDS” rappresentano bene la dicotomia pop/hardcore della band ma suonano, queste sì, come delle B-side meno ispirate di “Glow On”. Poco male, dato il finale in crescendo con il pop punk di “TIME IS HAPPENING” (il momento Weezer della tracklist, forse dedicata all’ex chitarrista) e, soprattutto, la più onirica “MAGIC MAN”, perfetta chiusura con i soli synth a pennellare la fine del disco come un tramonto infuocato dopo una giornata al mare.
Al netto dei singoli episodi, ed allargando l’analisi anche al precedente lavoro, possiamo parlare dei Turnstile come di un fenomeno generazionale e di una coppia di album iconici per gli anni ’20 – un po’ come lo sono stati i Bring Me The Horizon di “Sempiternal” e “That’s The Spirit” nel decennio precedente, o prima ancora i My Chemical Romance – come confermato anche dall’ingresso di “Never Enough” nella Top 10 americana.
Qualcuno potrà, a buon titolo, storcere il naso di fronte ad una proposta simile ad una centrifuga di generi dove l’hardcore degli esordi è sempre più annacquato, ma in un contesto dove le lancette delle nostre esistenze sono scandite a tempo di reel forse è giusto così, e d’altro canto pochi al giorno d’oggi sanno miscelare note con lo stile del quintetto del Maryland. Tra canicole e temporali, l’arcobaleno dei Turnstile splende più alto che mai sull’estate 2025.
