UADA – Djinn

Pubblicato il 22/09/2020 da
voto
8.0
  • Band: UADA
  • Durata: 00:59:59
  • Disponibile dal: 25/09/2020
  • Etichetta: Eisenwald Tonschmiede
  • Distributore: Audioglobe

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La fortuna e la visibilità che da qualche anno accompagnano le gesta degli Uada temono pochi rivali, almeno in campo estremo. Sbucato letteralmente dal nulla con “Devoid of Light”, accuratissima operazione di somma e sottrazione avente come addendi i pilastri della scena svedese e polacca (parliamo ovviamente di Dissection e Mgla), il quartetto dell’Oregon si è subito imposto agli occhi del pubblico e della critica grazie ad un’attività live estenuante e capillare, diventando uno dei nomi di punta dello scenario black metal contemporaneo con il successivo “Cult Of A Dying Sun”. Un album senza dubbio riuscito, che però – come già sottolineato all’epoca – non faceva nulla per quietare le accuse di rip-off, di mossa studiata a tavolino per cavalcare l’onda di un trend molto fruttuoso, rivolte da più parti a Jake Superchi e compagni, i quali hanno poi saputo mantenere vivo l’astio nei loro confronti con uscite discutibili come quelle relative alla performance del México Metal Fest 2019. Luci ed ombre sembrano quindi essere parti integranti del percorso artistico dei Nostri, in un conflitto che nei solchi del qui presente “Djinn” centra forse per la prima volta l’obiettivo di un sound in parte affrancatosi da quello di “With Hearts Toward None” e “The Somberlain”, e che se da un lato non basterà a redimere nome degli statunitensi, dall’altro dà vita ad un’opera destinata a farsi ricordare per la sua scorrevolezza e il suo impeto.
Sei brani che, pur continuando a mostrare il fianco ad una certa verbosità, dimostrano come la band abbia effettivamente affrontato il songwriting con una disinvoltura e una libertà finora inedite, librandosi sulle ali di un riffing molto aperto che rimanda concettualmente alle svolte catchy e sornione di alcuni classici dei Nineties (“Triarchy of the Lost Lovers”, “Irreligious”, “Whoracle”, ecc.), fra paesaggi fantasmagorici e cieli stellati direttamente collegati all’artwork di Kris Verwimp. Un volo inaugurato e concluso dagli influssi post-punk della titletrack e di “Between Two Worlds”, al cui interno la melodia diventa protagonista indiscussa della narrazione senza rifarsi necessariamente a qualche collega e palesandosi in modo epico e spontaneo, con i consueti giochi di ripetizione a rendere ancora più avvolgente e catartica l’esperienza complessiva. E se è innegabile che i sessanta minuti della tracklist risultino fruibili anche a chi non è solito bazzicare gli ambienti della Nera Fiamma, siamo ben lontani dall’apparenza e dalla mancanza di contenuti di gente come i Batushka (almeno di quelli di “Hospodi”): la musica sgorga dagli strumenti quasi fosse il getto di una cascata, tuffandosi in una serie di alvei levigatissimi che impiegano davvero poco a stamparsi nella mente e a ribadire le doti di una scrittura tanto immediata quanto aggressiva, il cui mix di furia e orecchiabilità è soltanto all’apparenza un traguardo semplice da raggiungere.
“The Great Mirage” e “No Place Here” sono forse gli episodi più trascinanti, ma è l’intero lotto a convincere e – in definitiva – a sancire l’ingresso degli Uada nella loro dimensione ideale. Se tutto va come deve andare, le porte del metal estremo ‘mainstream’ di Behemoth & Co. non tarderanno a spalancarsi.

TRACKLIST

  1. Djinn
  2. The Great Mirage
  3. No Place Here
  4. In the Absence of Matter
  5. Forestless
  6. Between Two Worlds
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