UFOMAMMUT – Oro: Opus Alter

Pubblicato il 02/10/2012 da
voto
7.5
  • Band: UFOMAMMUT
  • Durata: 00:42:56
  • Disponibile dal: 18/09/2012
  • Etichetta: Neurot Recordings
  • Distributore: Goodfellas

Per non rischiare di ripeterci, o per non dare l’impressione che lo stiamo facendo, stavolta facciamo una valutazione “alternativa” e iniziamo il discorso sul nuovo album degli Ufomammut dalla conclusione. Ebbene la prima conclusione che si può fare dopo un ascolto approfondito di “Oro: Opus Alter” è che innanzitutto il disco è praticamente una copia quasi perfetta del suo recente precedessore, “Oro:Opus Primum”, poiché ne ripropone in maniera pressoché invariata, e anche insistente, il suono, le atmosfere, lo stile, probabilmente anche le tematiche, l’aspetto visuale (artwork, ecc.), e l’assetto generale tutto: compositivo, artistico, comunicativo. Tutto, insomma. I due dischi sono praticamente gemelli identici, cosa che era forse l’intenzione della band fin dall’inizio comunque, ma scordatevi anche proprio per questo qualunque sorpresa in questo nuovo lavoro. Sembra brutale come valutazione ma in un certo senso con questo “Oro: Opus Alter” comincia a farsi nitida l’immagine della zuppa riscaldata, del “more of the same” o del secondo round dello stesso piatto ormai abbondantemente assaggiato, e dunque alquanto ridondante e stantio. La seconda valutazione che si può fare, conseguenza della prima, è che il lavoro, anche quando preso in riferimento alla discografia dei Nostri, appare ormai come l’indicatore incontestabile dello “stallo” sonoro che stanno attraversando i piemontesi, che a partire da “Idolum” (ancora dunque picco assoluto della loro carriera), passando per “Eve” e arrivando a questo ennesimo capitolo, hanno cambiato ben poco le carte in tavola per la loro proposta e si sono assestati su un sound quadrangolare ormai prevedibilissimo e tarato sulle quattro coordinate irremovibili stoner/sludge/un po’ di “post”/tanta psichedelia che sono ormai il DNA immutabile dei Nostri. A questo aggiungete un modo di comporre e suonare che ormai ci viene riproposto quasi come se fosse un copia-e-incolla dalle vicissitudini degli ultimi anni, e il quadro sulla situazione odierna di Urlo e compagni si fa anche fin troppo nitido. Insomma, non abbiamo detto nulla di lusinghiero fin’ora, e vi starete dunque chiedendo da dove nasce l’ennesima valutazione al contrario a tutti gli effetti completamente lusinghiera data al disco. Ebbene dopo tutta questa riflessione, non possiamo che constatare ancora una volta che rimane il fatto innegabile e inappellabile che nonostante tutto gli Ufo sono, e rimangono, i maestri indiscussi dello stoner-sludge moderno, e che in questo ambito, nessuno – e ribadiamo nessuno – rivaleggia con loro o riesce anche lontanamente ad eguagliarli nello scrivere riffoni da capogiro come solo loro sanno fare. Saremo all’ennesimo parto senza sorprese, all’ennesimo disco suonato come i precedenti, all’ennesima uscita che sembra fatta dai Nostri con lo stampo, ma questi riff letteralmente spaccano il cranio, abbattono le pareti e vi demoliscono la casa senza pietà. La loro enormità e potenza non lascia scampo. La loro pesantezza è quasi ridicola per quanto è possente e implacabile. Questi riff semplicemente distruggono ogni cosa al loro passaggio. Si possono fare congetture poco lusinghiere all’infinito, ma l’unica verità a rimanere in piedi, finito l’ascolto di “Oro: Opus Alter”, è che questo è un album, ancora una volta, fottutamente colossale e immensamente distruttivo. Ancora una volta gli Ufomammut hanno creato un pachiderma d’album che non si ferma di fronte a nulla e che mira a travolgere tutto. Anche nei dodici e passa minuti di “Sulphurdew” non esiste un riff che non sia fuori posto o fuori fuoco che non colpisca con tutta la potenza possibile. Sono monoliti come questi che preservano il talento e la reputazione di questa band assolutamente immutata al cospetto di tutto. “Luxon” dal canto suo ha margini di errore prossimi allo zero. Il suo riff centrale, per quanto semplice e prevedibile nella esecuzione, è letteralmente terremotante e non lascia in piedi nulla. Stessa cosa si può dire senza grossi problemi della tellurica “Sublime”, sorta di mostro psichedelico che, grazie al solito giochetto tastiere-no distorsione-distorsione a valanga all’improvviso (ormai affinato sin alla quasi infallibilità totale dagli Ufo come solo dei maestri come loro sanno fare), semplicemente spacca la crosta terrestre come burro in un oblio di lava e onde d’urto. La finale “Deityrant” è una sorta di gigantesco sciame sismico che apre crepe nelle casse con la stessa facilità con cui un nove della scala Richter sbriciola il cemento armato. Semplicemente, questo mastodonte stoner-sludge, solo nell’annunciare il suo arrivo, e dunque quando non ha neanche ancora raggiunto la sua massima potenza, è già un cataclisma sonico che sta già travolgendo ogni cosa. Ancora una volta dunque, pur senza variare di una virgola la loro proposta, gli Ufomammut hanno partorito un altro album dalla potenza catastrofica e di una pesantezza inaudita, che nonostante tutti gli appunti fatti in precedenza ci costringe ad amarlo in maniera quasi coercitiva sotto la minaccia di una valanga di watt mortale e immensa. Semplicemente irresistibile.

TRACKLIST

  1. Oroborus
  2. Luxon
  3. Sulphurdew
  4. Sublime
  5. Deityrant
4 commenti
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