6.5
- Band: ÚLFARR
- Durata: 00:48:23
- Disponibile dal: 25/12/2024
- Etichetta:
- Purity Through Fire
Le verdi valli della Cumbria, un territorio a nord-ovest dell’Inghilterra, confinante con la Scozia e dalle profonde origini culturali celtiche, sono la patria degli Úlfarr. Il gruppo propone un black metal abbastanza classico, figlio di uno stile diretto senza perdersi troppo in velleità avanguardistiche, ma con un occhio alla componente atmosferica, che non fa perdere mai di vista la melodia nella scrittura delle chitarre, in nome di un suono aggressivo ma al contempo solenne e narrativo.
La scuola anglosassone di Winterfylleth, Fen e dei Saor meno folk riecheggia tra i solchi di “Fornetes Folm” ma la band non rinuncia mai ad un approccio più grezzo, in nome dei gruppi scandinavi degli anni Novanta, come in “Hildeleoma” o “Moonskin”, che portano con sé la vena raw di band come Gorgoroth in un contesto però meno inquietante e più drammatico, tipico appunto del metal inglese.
Le velocità, sebbene rimangano elevate in tutto il disco con blast-beat quasi costanti, non raggiungono mai i livelli parossistici della scuola svedese; ad esse si alternano momenti di stasi che rendono l’ascolto meno monotono e donano un po’ di variazioni in canzoni che comunque non indulgono mai in durate elevate – siamo sui quattro minuti di media. “Algol (As malice shone upon northward doors)” è un buon esempio di questa tendenza a spezzare i brani, senza risultare troppo frammentaria, tranne in alcuni momenti un cui pare un po’ forzata.
Quando necessario, il trio sceglie la strada del minimalismo, come in “November”, di fatto costruita su un unico riff per tutta la sua durata, mentre per la maggior parte si naviga su lidi classici del genere senza grosse fiammate di originalità, se non l’uso un po’ meno ortodosso della voce che, oltre ai soliti feroci scream, è affiancata da interessanti esperimenti su tonalità vicine al throat singing.
Menzione speciale per la curiosa scelta di aggiungere in coda alla tracklist, oltre all’album vero e proprio, l’EP inedito “His Crown Grows From His Skull” (due bani più intro) che poco si discosta dal resto sentito fin qua se non per una registrazione meno pulita e una vena più aggressiva e grezza.
“Fornetes Folm” si colloca dunque tra quella grossa fetta di dischi non indispensabili, ben fatti ed apprezzabili ma che rischiano di cadere nel dimenticatoio dopo qualche ascolto.
