8.0
- Band: ULTHAR
- Durata: 00:40:50
- Disponibile dal: 17/02/2023
- Etichetta:
- 20 Buck Spin
Spotify:
Apple Music:
Finora, non si è parlato moltissimo degli Ulthar, questo nonostante un contratto con l’ormai imprescindibile 20 Buck Spin e due album – l’esordio “Cosmovore” e il successivo “Providence” – più che degni di attenzione grazie al loro amalgama di death metal spiraliforme e suggestioni allucinate e allucinanti, le quali hanno sempre cercato di restituire, attraverso una bizzarria strumentale comunque lontana dall’essere sintomo di onanismo, le immagini di un orrore cosmico in procinto di manifestarsi. Era quindi necessaria un’ulteriore messa a fuoco, un processo di affinamento che consentisse al frenetico flusso del terzetto (in cui militano ex e attuali membri di Vastum, Tombs e Spirit Possessions) di non precipitare nell’Abisso lasciando unicamente disorientato l’ascoltatore, sviluppando una musicalità più marcata e dando modo ai riff di ‘respirare’ maggiormente.
Con questo obiettivo chiaro in mente, il gruppo si è così concentrato sulle dinamiche e sull’espressività del proprio suono, sfruttando al meglio la pausa offertagli dalla pandemia per confezionare un disco del tutto assimilabile ai precedenti da un punto di vista stilistico, ma che a differenza di quanto offerto nel 2020 e nel 2018 risulta essere molto più coeso, fluido e impattante. Un’opera che, come noto, si inserisce in un quadro assai vasto e ambizioso, dato il rilascio in contemporanea del ‘fratellino’ “Helionomicon”, e che oltre a questo si presenta come un vero e proprio invito a nozze per i fan del metal estremo più ingegnoso e imprevedibile (senza appunto scadere nell’eccentricità gratuita di certo underground contemporaneo).
Di fatto, oggi gli Ulthar giocano nello stesso campionato di formazioni celebratissime come Blood Incantation e Tomb Mold: musicisti che piegano gli insegnamenti dei Nineties in maniera audace e talentuosa, secondo un gusto e una visione che vanno oltre l’omaggio tout court (comunque apprezzabile, se fatto con criterio) e che traslano con personalità il linguaggio dei classici. All’interno di “Anthronomicon”, i riferimenti sono svariati, ma nessuno di essi prevarica nettamente sull’insieme; piuttosto, i Nostri si divertono a dissezionare gli stilemi di certo death e techno-death/thrash (tingendoli all’occorrenza di nero) per poi riassemblarli in un collage coerente e armonioso, nel quale vengono esaltate le capacità di transizione e di ripartire verso nuovi orizzonti quando tutto sembra procedere comodamente in una direzione. Una propulsione costante, quasi viscerale per il modo in cui scaturisce innata dagli strumenti, che esalta la capacità della band di gestire i cambi di tempo e di dipingere scenari surreali attraverso un guitar work ora sghembo e avvitato, ora feroce e diretto, con uno screaming alla “Necroticism” a fendere l’aria febbricitante della tracklist come una lama di rasoio.
Un ecosistema sonoro che, proprio come quello raffigurato in copertina, pullula di forme di vita ancestrali e ultraterrene, nel quale il gioco dei rimandi viene traslato da un riffing e da un impianto ritmico le cui evoluzioni si compenetrano generando un vortice dal campo gravitazionale via via sempre più forte. Il primo ascolto sarà elettrizzante, i successivi indispensabili per cogliere appieno la cura e l’elasticità del songwriting, per un album che sancisce ufficialmente l’ingresso degli Ulthar tra ‘quelli che contano’ in materia di underground death metal dei giorni nostri.
