6.5
- Band: ULVER
- Durata: 00:41:40
- Disponibile dal: 31/12/2025
- Etichetta:
- House Of Mythology
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“Liminal Animals” è uscito in digitale un anno fa, seguito dopo qualche mese da un versione fisica. Adesso è (già) ora di questo nuovo “Neverland”, capitolo Ulver nuovamente elettronico, ma stavolta quasi completamente strumentale. L’atmosfera sognante e rilassata che aleggia su tutto l’album è resa benissimo dalla copertina e un brano come “Weeping Stone” può ben definire dove, almeno concettualmente, stiano andando gli Ulver.
Non crediamo ci sia alcun lettore – e più in generale, fan – che si aspetti ancora una qualche retromarcia di Kristoffer ‘Garm’ Rygg e soci verso il loro ormai lontanissimo periodo metal, ma siamo sicuri che invece ci siano diversi ascoltatori interessati a capire dove i nostri si stiano dirigendo.
La forma-canzone in questo episodio è stata quasi del tutto abbandonata: la musica di “Neverland” fluisce libera, anche se i brani sono tutti piuttosto vari e riconoscibili, almeno per quanto riguarda il mood principale.
Le influenze quindi si muovono da Tangerine Dream all’elettronica berlinese, in una serie di episodi che mescolano sognante introspezione a momenti più strutturati e, perché no, affini a certo indie che con l’elettronica non ha mai avuto paura di flirtarci (“They’re Coming The Birds” ci richiama alla mente i Radiohead o certo trip hop).
“Hark Hark The Dogs Bark” emerge forse come la migliore delle canzoni più ‘club-oriented’, mentre in “Horses Of The Plough” Vangelis è di casa; rimane più dark “Pandora’s Box” mentre potrebbe essere collocata in dischi precedenti la conclusiva “Fire In The End” la quale, se avesse una linea vocale, sarebbe abbastanza vicina alla synthwave con cui i nostri di recente hanno giocato.
Nel complesso, fluisce grosso modo così tutto “Neverland”, muovendosi disinvolto e rimanendo vario a sufficienza: possiamo dire che, in questo momento, gli Ulver ci propongono in molti casi musica quasi da sottofondo, anche se mai riconducibile a muzak da banale intrattenimento, visto che una certa attenzione compositiva e di arrangiamento restano sempre evidenti.
Se vogliamo fare un ragionamento conclusivo, in una discografia ormai sterminata a “Neverland” manca semplicemente un gancio concettuale preciso, una tematica testuale, un qualche motivo per poter spiccare sugli altri.
Dopo diversi piacevoli passaggi, non riusciamo infatti a trovare un motivo particolare per affezionarci a “Neverland”, e perciò non ci sentiamo di consigliarlo più di altri capitoli importanti per seguire gli Ulver nel loro percorso artistico come potrebbero essere stati “The Assassination Of Julius Caesar”, “Perdition City” o “Childhood’s End”, senza andare a scomodare la parte black metal.
Se invece fra un ascolto e l’altro vi attira un viaggetto di quaranta minuti di elettronica rilassante e ben eseguita, ancora una volta avrete materiale più che adeguato.
