7.5
- Band: UMBRA VITAE
- Durata: 00:28:00
- Disponibile dal: 01/05/2020
- Etichetta:
- Deathwish Inc.
Comprensibilmente, la promozione del progetto Umbra Vitae e di questo primo album, “Shadow of Life”, sembra ruotare soprattutto attorno alla presenza dietro al microfono di Jacob Bannon, venerato frontman dei pesi massimi Converge. L’ascolto del disco, tuttavia, suggerisce come il principale responsabile della spinta creativa del quintetto di Boston sia innanzitutto il chitarrista Mike McKenzie.
La ruvida produzione di Kurt Ballou e lo screaming di Bannon conferiscono alla proposta un’indole più umbratile e ferale, ma “Shadow…” nella sostanza suona spesso come qualcosa che avrebbe potuto uscire a nome The Red Chord, la vecchia band del suddetto McKenzie. Il sound degli Umbra Vitae – nei quali, ricordiamo, militano pure il chitarrista Sean Martin (Twitching Tongues, ex Hatebreed), il bassista Greg Weeks (The Red Chord) e il batterista Jon Rice (Uncle Acid & the Deadbeats, ex Job for a Cowboy) – evoca quello degli ultimi anni di attività dei folli statunitensi e, di conseguenza, quanto offerto su un disco come “Fed Through the Teeth Machine”, dove il frenetico ibrido death metal/hardcore una volta caro al gruppo aveva definitivamente lasciato campo ad un death metal più controllato, nel quale il chirurgico riffing del chitarrista sapeva anche colorarsi di metal classico e inserire partiture più fini nel bel mezzo del solito accattivante groove loro marchio di fabbrica. Uno dei pregi principali della vecchia formazione di McKenzie è sempre stato il suo carattere indipendente, la capacità di attingere ispirazione da varie scuole metal e hardcore senza mai assomigliare a qualcuno in particolare. La precisa e decisa identità artistica dei The Red Chord rivive quindi in parte in questa prima prova degli Umbra Vitae, nella quale si lascia apprezzare il valente interplay tra le varie forze in gioco, abili nel tratteggiare armonie su ritmiche vigorose e concitate e nel confezionare canzoni che sanno tanto aggredire quanto elargire momenti carichi di suggestivo pathos. In certi casi si ha in verità anche l’impressione che il quintetto giochi a muoversi in maniera frenetica un po’ gratuitamente (l’opener “Ethereal Emptiness” sembra finire proprio sul più bello), ma, nel complesso, “Shadow of Life” e i suoi brani si fanno ascoltare molto volentieri, presentandoci un progetto dalle inequivocabili potenzialità e che non brilla troppo di luce riflessa.
