UNAUSSPRECHLICHEN KULTEN – Häxan Sabaoth

Pubblicato il 23/01/2024 da
voto
8.0

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È un osceno fascino barocco quello emanato dagli Unaussprechlichen Kulten in “Häxan Sabaoth”. Brutalità e sfavillii, caverne di degrado e nobiltà strumentali, odori di morte e fragranze di incenso. La band cilena ha compiuto la sua trasformazione, inaspettata e riuscita, in “Keziah Lilith Medea (Chapter X)” del 2017. Con quel disco passò da un death metal grezzo, elementare, profondamente neanderthaliano, a una creatura notevolmente più tecnica, forbita, piena di inventiva e orgogliosamente espressiva.
Da allora i musicisti cileni non si sono più guardati indietro e con il successivo “Teufelsbücher” hanno ulteriormente perfezionato la ricetta sonora: così, anche il nuovo disco, il sesto di una carriera che si sta avvicinando addirittura ai trent’anni di storia (i primi vagiti datano 1997, sotto il nome di Spawn), ci ripresenta gli Unaussprechlichen Kulten come una sommatoria e sintesi delle sue esperienze più recenti. Tenendo fede più che mai al proprio nome, che richiama tenebrosi e complessi rituali lovecraftiani, l’atmosfera di “Häxan Sabaoth” è congegnata attraverso un sottile quanto deciso gioco di contrasti, commistioni, pulsioni infernali e ragionate quanto eccellenti virtuosità strumentali.
Nel processo di affinamento e abbellimento del proprio death metal la formazione sudamericana ha avuto un merito fondamentale, ovvero quello di progredire senza snaturarsi, senza tradire i dogmi di fiera ferocia che ne caratterizzavano completamente l’operato fino all’essenziale, ancora primitivo, “Baphomet Pan Shub-Niggurath”. Da lì, il salto di qualità si è ottenuto grazie a un ventaglio chitarristico improvvisamente ampliatosi e una visione d’insieme che li ha portati a confezionare una musica esponenzialmente più narrativa, dettagliata tanto nella struttura di base quanto negli arrangiamenti.
Ricorrendo a un taglio scenografico e iperdrammatico come forse soltanto una band sudamericana saprebbe inscenare, gli Unaussprechlichen Kulten danno forma a un’altra opera di grande intensità, trascinante e piena di incisi, che si presterebbero bene per proporre una specie di musical death metal in qualche teatro d’avanguardia. Ciò avviene senza dover alleggerire il carico di morte e pesantezza, perché l’idea di un affievolimento della propria istintività e di un’apertura ad andamenti vagamente rilassati è un’idea che mai ha sfiorato questi fieri musicisti. Mentre, al contrario, si è fatta avanti, sfrontata e sicura, un’idea di death metal opulenta, dettagliatissima, dove arabeschi chitarristici frenetici e conturbanti ci avvolgono e strozzano, esposti con pulizia esecutiva e caloroso trasporto.
Il lavoro delle sei corde è ciò che meglio appaga sul piano emozionale e intellettivo, in questa versione degli Unaussprechlichen Kulten, che rimane ben radicata nella lezione di Morbid Angel, Immolation, Incantation e Slayer, per addentrarsi successivamente in qualcosa di più sfavillante e virtuoso, ma non meno aggressivo o pressante. Le progressioni di brani come “Hexennippel” e “Back To The Mother Hydra And Father Dagon” hanno un soffio letale inconfondibile, come sono ormai famigerati gli incroci di assoli a velocità sempre più elevate, in un crescere di ritmo ed emozionalità che non sa mai di arroganza o di cocciuto sfoggio di capacità tecniche.
Il lato sacrale – in senso blasfemo, ovviamente – ha una sua importanza determinante nel donare una particolare aura al disco nella sua interezza. Baciati da ispirazione e bramoso amore per i classici del genere, gli otto pezzi della tracklist travolgono e innalzano le anime votate al death metal, lasciandole inermi e soggiogate di fronte a un tale arsenale di annichilimento e immaginazione. Si ricorre sotto alcuni aspetti a modi tradizionali, con blastbeat a pioggia e un incedere severo e arcigno, mentre le chitarre hanno appunto il ruolo di volare alte, alternando momenti spumeggianti ad altri più concisi e meditati, in un equilibrio stabile che non fa sfiorire il genuino sentimento alla base dell’operato del gruppo.
Nulla appare fuori posto o eccessivo, nonostante la complessità dell’insieme “Häxan Sabaoth” ha dalla sua accessibilità e voglia di dialogare francamente con l’ascoltatore, senza nascondersi dietro sovrastrutture troppo ermetiche e altezzose. Difficile ormai considerarli un mero oggetto di culto underground, gli Unaussprechlichen Kulten, è tempo che tutto il pubblico death metal possa godere appieno del loro valore, della loro generosa quanto produttiva devozione a un genere ancora oggi in splendida salute.

 

TRACKLIST

  1. Lamia Sucuba
  2. Cuatro Velas de Cebo Infantil
  3. Our Almighty Chthonic Lords
  4. Hexennippel
  5. Dho Hna Formula
  6. Back to the Mother Hydra and Father Dagon
  7. Die Teufelsbücher
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