7.5
- Band: UNDEATH
- Durata: 00:35:34
- Disponibile dal: 22/04/2022
- Etichetta:
- Prosthetic Records
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Al secondo album, gli Undeath si confermano una band che al rigore tecnico ama affiancare soluzioni orecchiabili, per un death metal che spesso tende a flettersi e a a contorcersi, per poi aprirsi a spunti immediati che quasi sempre restano subito in mente. La scuola, ancora una volta, è principalmente quella dei Cannibal Corpse con George Fisher al microfono, vista la passione che i ragazzi statunitensi ostentano per i chorus insistenti e per le aperture strumentali dosatissime. I brani presentano un buon numero di cambi di tempo, eppure non si avventurano mai oltre i quattro minuti, restando fedeli a un’idea di compattezza e immediatezza che ormai da decenni fa la fortuna dei suddetti maestri.
Colpisce la cadenza quasi matematica con cui la componente strumentale apre il varco per ritornelli chiari e semplici, dallo svolgimento quasi percussivo. Un incedere preciso e al contempo spigliato, che fa intendere come la band abbia attentamente valutato la composizione di questo materiale, lasciandosi influenzare dalla resa live dei pezzi più diretti e incisivi del debut “Lesions of a Different Kind”. La ricerca di orecchiabilità è evidente anche e soprattutto nella title-track, “Rise from the Grave”, nella quale l’impellenza delle sfaccettature melodiche si trasforma estemporaneamente in un piccolo tributo ai Carcass, per un cambio di passo che rappresenta l’unica vera parentesi all’interno di un disco che fa dell’omogeneità e di un perenne mood caustico il proprio manifesto.
Certo, in questi anni abbiamo assistito a una miriade di avvincenti sperimentazioni in campo death metal e la proposta degli Undeath a orecchie esperte ed esigenti potrebbe forse risultare sin troppo ‘normale’, tuttavia è indubbio che una ispirazione degna di tal nome e un certo criterio siano indispensabili anche per fare le cose semplici. I ragazzi, ad esempio, sono più maturi di coetanei ‘ignoranti’ e sin troppo chiacchierati come Frozen Soul o Sanguisugabogg: l’ascolto di “It’s Time… To Rise From The Grave” fa emergere la consistente competenza del quintetto americano, a partire da una produzione adeguata e da pezzi vivaci come “Defiled Again”, “Funeral Within” o “Human Chandelier”, i quali possiedono tutti gli elementi per decretare gli Undeath una solida e concreta realtà del nostro panorama, in attesa di una più ampia futura conferma.
