UNDEROATH – Define The Great Line

Pubblicato il 07/11/2006 da
voto
8.5
  • Band: UNDEROATH
  • Durata: 00:45:59
  • Disponibile dal: /09/2006
  • Etichetta: Virgin
  • Distributore:

La maggior parte dei fan del penultimo album degli Underoath, “They’re Only Chasing Safety”, probabilmente saranno sorpresi di apprendere che il nuovo “Define The Great Line” è la quinta pubblicazione della storia della band. Molti infatti pensano che il suddetto disco sia stato il primo full-length del gruppo statunitense, quando invece i nostri hanno iniziato a suonare addirittura nel 1998 come feroce band death metal-core. Ma, ovviamente, è stato “They’re Only Chasing Safety” (e, in parte, anche il precedente “The Changing Of Times”) a lanciare i nostri nel mercato discografico che conta, vendendo ben oltre le trecentomila copie soltanto negli Stati Uniti in virtù di un sound ampiamente melodico e catchy, che li ha fatti immediatamente assurgere a paladini della cosiddetta nuova scena  “screamo” o “emo-core”. Una scena che negli ultimi due o tre anni ha dato tanto agli Underoath, i quali però oggi sembrano non essere più molto interessati a farne parte. “Define The Great Line” rappresenta infatti l’ennesima sorpresa partorita da questa formazione nel corso della sua breve ma intensa carriera. Per intenderci, non è una novità che certe band prendano una piega più melodica con il passare degli anni, ma, al contrario, non è affatto comune che una di queste segua l’iter opposto, diventando quindi meno accessibile rispetto al passato. È pur vero che gli Underoath non hanno mai perso occasione per evolversi di album in album, però, sinceramente, non erano affatto molti coloro che si attendevano un nuovo cambio di stile così marcato dopo un tale successo commerciale. Ascoltando “Define The Great Line” invece appare subito chiara una cosa: ai nostri non interessa ammorbidirsi ulteriormente, nè tantomeno ripetersi. Sarebbe stato facile e decisamente redditizio sfornare un nuovo “They’re Only…”, però, contrariamente ad ogni aspettativa, il gruppo ha quasi del tutto eliminato i ritornelli poppy e le strutture snelle che avevano fatto la fortuna della precedente fatica, realizzando invece un album heavy, complesso e veramente vario. Un drumming potente e articolato, dissonanti riff di chitarra, elettronica raffinata e melodie post hardcore sono ciò che si può ascoltare in quello che è stato definito dal sestetto come il suo miglior lavoro di sempre. Gli Underoath sono cambiati tantissimo rispetto a “They’re Only Chasing Safety” e, per nostra e loro fortuna, ogni cosa è mutata in positivo! Prendiamo come esempio le voci: il frontman Spencer Chamberlain è migliorato notevolmente dall’ultimo disco. Il ragazzo ora non si limita infatti più ad urlare come un disperato, ma alterna screaming, growling e un cantato roco davvero incisivo. E si può dire lo stesso del batterista Aaron Gillespie – da sempre responsabile delle voci pulite – bravo qui ad esprimersi in maniera non troppo frivola e a dar vita a dei duetti splendidamente riusciti. Tutta la band, comunque, appare davvero migliorata sotto il profilo tecnico, tanto che durante l’ascolto si perde spesso il conto dei cambi di tempo o dei riff arzigogolati che i nostri mettono in mostra. Non siamo certo sui livelli dei primissimi lavori per quanto riguarda aggressività e velocità, ma, d’altro canto, ciò per gli Underoath avrebbe significato ripetere una cosa già fatta in precedenza! Quindi evitiamo di scomodare quanto fatto su “Cries Of The Past” e “Act Of Depression” e godiamoci una song eccellente come “In Regards To Myself”, che si apre con un riff dissonante in stile primi Norma Jean. Oppure le riflessioni post hardcore alla Isis/Cult Of Luna delle magnifiche “Casting Such A Thin Shadow” o “To Whom It May Concern”. Non c’è un solo passaggio a vuoto nella tracklist e a tratti si stenta veramente a credere che questa band sia la stessa che ha inciso una mega-hit “emo” come “Reinventing Your Exit”. Non c’è che dire… gli Underoath di “Define The Great Line” sono un gruppo adulto e tremendamente ispirato. Le aspettative erano alte e i sei ragazzi americani le hanno pienamente soddisfatte… questo è il miglior album della loro discografia. E, almeno per chi scrive, uno dei migliori album dell’anno.

TRACKLIST

  1. In Regards To Myself
  2. A Moment Suspended In Time
  3. There Could Be Nothing After This
  4. You're Ever So Inviting
  5. Salmarnir
  6. Returning Empty Handed
  7. Casting Such A Thin Shadow
  8. Moving For The Sake Of Motion
  9. Writing On The Walls
  10. Everyone Looks So Good From Here
  11. To Whom It May Concern
1 commento
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