6.0
- Band: UNDEROATH
- Durata: 00:36:36
- Disponibile dal: 28/03/2025
- Etichetta:
- MNRK Heavy
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Con “The Place After This One”, gli Underoath proseguono nella loro evoluzione artistica post-reunion, confermando una direzione sempre più ibrida tra post-hardcore, elettronica e alternative rock. L’incarnazione attuale del gruppo di Tampa ha ormai affinato il proprio linguaggio, caratterizzato da una tensione costante tra impeto ritmico e aperture melodiche, con queste ultime come sempre guidate dalla voce pulita del batterista e leader Aaron Gillespie.
Dai primi singoli, “Generation No Surrender” e “All The Love Is Gone”, emerge la volontà di spingere su contaminazioni elettroniche, per un approccio che unisce nervosismo ed euforia, aggiungendo nuove sfumature al sound della band americana. “Devil” ne è un altro esempio lampante: un pezzo energico, quasi magniloquente a tratti, che mostra l’intento di aprirsi a un pubblico ampio anche a partire da una produzione molto levigata.
L’ibridazione tra rock pesante, effettistica e sintetizzatori più che mai pronunciati si rivela anche interessante, ma spesso resta incastrata in una formula che fatica a decollare. Rispetto agli ultimi lavori pre-scioglimento, con cui il gruppo aveva trovato un equilibrio tra ruvidezza e venature pop molto maturo, il songwriting attuale della formazione risulta ancora una volta fermo su lidi interlocutori, dove tutto è formalmente al proprio posto, ma senza toccare lidi di vera grande ispirazione. La band pare alla ricerca di una essenzialità incisiva, di un’orecchiabilità contagiosa, ma molti brani non vanno oltre un esercizio di stile senza infamia e senza lode.
Il principale ostacolo di “The Place After This One” risiede poi nella sua resa sonora: le chitarre risultano fin troppo compresse, simili quasi a delle stilettate digitali, mentre la batteria di Gillespie, da sempre uno dei marchi di fabbrica del gruppo, appare ridotta a un freddo tappeto ritmico che ne limita la dinamicità. Questo appiattisce sia i momenti più concitati che quelli atmosferici, togliendo profondità a un album che avrebbe potuto beneficiare di un suono più organico e meno artificioso.
Non mancano comunque alcuni episodi di rilievo: “Shame” unisce groove chitarristico e un chorus squisitamente radiofonico, mentre “Spinning In Place” colpisce per una struttura che alterna sapientemente tensione e rilascio.
Tuttavia, non sembra però esserci un brano capace di imporsi come nuovo classico del repertorio, un momento di autentica brillantezza che spezzi la linearità dell’album. La componente pop/elettronica prende spesso il sopravvento sugli arrangiamenti, lasciando poco spazio a soluzioni strumentali più articolate. Ne risente in particolare il lavoro chitarristico, che raramente si distingue per inventiva, risultando più un contorno sonoro che un vero motore espressivo.
Anche le derive più oscure, che un tempo conferivano profondità ai dischi, qui sembrano più telefonate, mentre ricordiamo che il precedente “Voyeurist”, un altro capitolo nel complesso non eccelso, si chiudeva con il catartico climax dell’ottima “Pneumonia”.
In definitiva, “The Place After This One” è un album che insomma conferma la direzione degli Underoath senza spingersi oltre una sorta di comfort zone. L’alternanza tra irrequietezza e melodia rimane il marchio di fabbrica, ma la produzione iper-moderna e la mancanza di canzoni veramente distintive lo rendono più un episodio di transizione che un passo avanti, facendo emergere la sensazione che Gillespie e soci abbiano ormai sparato le loro cartucce migliori.
