7.5
- Band: UNDERTAKERS
- Durata: 00:24:50
- Disponibile dal: 10/07/2026
- Etichetta:
- Time To Kill Records
Se la compilation “Dictatorial Democracy” poteva essere vista come un primo tentativo di rimettersi in pista dopo un periodo di silenzio lunghissimo, scandito sia dall’avvio di progetti paralleli (Buffalo Grillz) che da lutti inaspettati (la scomparsa di Antonio Pucciarelli nel 2015), con “Global Dominion” gli Undertakers rialzano definitivamente la testa per portare avanti un discorso interrottosi in modo ambiguo e prematuro all’indomani della pubblicazione dell’album di remix “REvision Dstortion Xversion”.
A conti fatti, è dal 2000 che il gruppo campano non si rifà vivo con un full-length propriamente detto, un’assenza biblica che avrebbe anche potuto giustificare un ritorno all’insegna della ruggine e degli equilibri da ritrovare, ma bastano fortunatamente pochi secondi – tempo che le sirene dell’intro “Call to Arms” sfocino nell’assalto riottoso di “United Front” – per realizzare come la creatura di Enrico Giannone si trovi oggi in uno stato di forma notevole, convogliato in quelle che sono le sue composizioni più lucide e dinamiche di sempre.
Alla via dell’indecisione e della nostalgia fine a se stessa, il quintetto preferisce insomma quella della risolutezza e del desiderio concreto di mettersi alla prova, in un flusso dal carattere urgente e militante che – come nelle migliori operazioni di reboot – aggiorna il passato senza stravolgere la propria estetica e il proprio linguaggio.
Uno slancio che passa inevitabilmente dagli input dei musicisti accolti in line-up negli ultimi anni, la cui esperienza in realtà come Hour of Penance, Scheletro e Tsubo si riverbera in una tracklist che a suoni moderni, puliti, ma non pompati fino a privarli di naturalezza e organicità, affianca un mix di death, grind e hardcore particolarmente fresco e vitale, lungi dall’appiattirsi su una gamma di soluzioni ridotte (vedasi pure alcune azzeccate sfumature black metal).
Musica concreta e per nulla incline a perdersi in stronzate, come evidente anche da una durata di poco superiore ai venti minuti, eppure mutevole e cangiante, nella quale i riff si incastrano e si succedono in perfetto equilibrio tra oculatezza e voglia di tirare schiaffi.
Come una versione più asciutta, stradaiola e meno tirata dei Misery Index, con la periferia di Napoli a sostituire quella di Baltimore e la classe politica italiana nel mirino al posto dell’establishment americano, gli Undertakers odierni danno quindi vita a un album perfetto per l’estate e le sue giornate a base di caldo, sudore e occhi socchiusi dal sole, quando la voglia di proposte veloci e scorrevoli, ignoranti senza essere banali, prende giustamente il sopravvento.
Un album in grado di convincere sia per compattezza e impeto, con un groove ficcante che sembra sedimentarsi nei muscoli, sia per l’attenzione riposta nei dettagli e nelle micro-variazioni di ciascun episodio, a sancire come certe storie lasciate in sospeso, se riesumate, possano diventare rilevanti anche nel presente.
